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Franca Ghitti,
Altri Alfabeti

it@withub.it by it@withub.it
1 Febbraio 2019
in Archivio speciali - Mostre
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MILANO: LE SCULTURE DI FRANCA GHITTI

Il composito universo creativo della scultrice Franca Ghitti torna in mostra presso le prestigiose Gallerie d’Italia, museo di Intesa Sanpaolo a Milano, fino al 17 febbraio, con la mostra “Franca Ghitti: Altri Alfabeti. Sculture, installazioni e opere su carta”. Le opere esposte guidano l’osservatore in un itinerario che include creazioni della Ghitti di diverso periodo, dagli anni Sessanta ai Duemila, raccolte sotto l’emblematico titolo “Altri Alfabeti”, con cui l’artista della Val Camonica, scomparsa nel 2012, ha voluto indicare un nuovo ciclo di opere, pagine di carte e chiodi, realizzato a partire dall’inizio del nuovo millennio e diventato poi rappresentativo dell’intera sua produzione. E così come da lei stessa scritto: “Con Altri Alfabeti mi riferisco a quell’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali”. Questi “alfabeti perduti” – per citare uno dei cicli della scultrice – creano quindi un linguaggio universale, che prende spunto da incisioni rupestri, simboli primitivi, oggetti provenienti da un mondo artigiano fatto di legno e ferro. Dalle leggende ai dialetti, dagli utensili ai diversi aspetti del lavoro artigianale: tutto questo confluisce nel lavoro della Ghitti e testimonia una civiltà descrivendola con parole “altre” da quelle contenute nei libri. (red)

 

ROMA: DENTRO UN “ANELLO MANCANTE” 

 Al Maxxi di Roma, fino al 3 marzo, l’installazione site-specific “L’anello Mancante” di Michele De Lucchi: un’architettura a forma d’anello aperto e percorribile al suo interno, con una struttura in tubolare rivestita con un guscio di oltre 800 scandole in hi-Macs Alpine White (solid surface largamente impiegato in architettura perché al tempo stesso estremamente resistente e facile da lavorare(, lievemente distanziate tra loro. Perfettamente integrato nella struttura, un impianto di illuminazione con strisce Led interagisce poi con i differenti livelli sottolineando i volumi e conferendo alla struttura intera un accento etereo. Il progetto crea così un percorso sensoriale al quale dedicarsi con lentezza, esplorando al contempo lo spazio e le proprie emozioni, e dal quale uscire leggermente disorientati, ma anche più consapevoli. utilizzando HI-Macs. L’installazione è parte del ciclo di esposizioni “Nature” che, all’interno della Galleria Gian Ferrari del museo, ha già invitato differenti progettisti a confrontarsi sul tema del rapporto tra natura e artificio. Interessante è anche l’interazione con la luce, che riflette in minima parte sulla superficie amplificando il senso di tridimensionalità. (red)

 

ROMA: IL RACCONTO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI

I cambiamenti climatici sono ormai una devastante realtà con la quale dobbiamo fare i conti. Una realtà che non risparmia niente e nessuno, con duri impatti che interessano sempre più severamente l’Italia e tutto il Pianeta. È quanto illustra la mostra fotografica “Vento, caldo, pioggia, tempesta. Istantanee di vita e ambiente nell’era dei cambiamenti climatici”, organizzata da Greenpeace Italia nel Museo di Roma in Trastevere fino al 10 marzo. Dalla siccità nel Sud Italia all’acqua alta a Venezia, dal tifone Hayan che ha devastato le Filippine all’innalzamento del livello del mare nelle isole del Pacifico, la rappresentazione degli impatti dei cambiamenti climatici è ampia, anche grazie all’impegno globale di Greenpeace (presente con i suoi uffici in oltre cinquanta nazioni) testimoniato in questa mostra da oltre 50 immagini provenienti da tutto il mondo. “Nubifragi, ondate di calore, siccità e tutti i fenomeni meteorologici estremi sono sempre più intensi e frequenti proprio a causa dei cambiamenti climatici. L’unica soluzione secondo la scienza – come conferma Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima di Greenpeace Italia – è quella di abbandonare carbone, petrolio e gas e accelerare la transizione energetica verso un mondo totalmente rinnovabile, oltre che diminuire il consumo di carne e fermare la deforestazione”. (red)

 

BOLOGNA: ALCHEMILLA, UN VIAGGIO ONIRICO

David Casini, Cuoghi Corsello, Dado, Claudia Losi, T-yong Chung  – gli artisti riuniti nella mostra “Alchemilla”, fino al 16 marzo a Palazzo Vizzani-Sanguinetti, a Bologna – risultano uniti da tratti uniformi: la capacità di pensare la contemporaneità in forma tridimensionale, la presenza di una componente concettuale riconoscibile, la dimestichezza nell’adattare il proprio lavoro alle esigenze dello spazio, la permanenza di una sapienza manuale rintracciabile nella realizzazione dell’opera. I lavori artistici dialogano nelle otto sale del palazzo come fossero parole, lette o sussurrate, in stanze disabitate da molti anni. Ogni opera è pensata in relazione alle altre e in funzione della luce, l’illuminazione valorizza i dettagli dei lavori e, al tempo stesso, impreziosisce il contesto architettonico di pregio degli ambienti, che risultano “naturalmente immersivi” anche senza ricorrere a espedienti tecnologici. Lo spettatore di Alchemilla viene calato in un contesto onirico, in una dimensione di dèjà vu. Il titolo della mostra prende spunto da una delle piante più note agli alchimisti: l’alchemilla o “erba stella”, considerata pregiata per la goccia di rugiada che spesso conserva all’interno della sua foglia, e che resiste al processo di evaporazione. Un elemento ricco di principi curativi ma anche una forma scultorea modellata, raffinata e lustrata dalla pianta stessa. (red)

 

BOLOGNA: QUANDO L’ARTE ENTRA IN BANCA

Nell’ambito di Art City, Banca di Bologna continua il suo percorso dedicato all’arte contemporanea presentando per il quarto anno consecutivo una mostra di profilo internazionale. A Palazzo De’ Toschi si tiene, fino al 24 febbraio, la prima personale in Italia del fotografo e videomaker belga Geert Goiris, Si rinnova inoltre la collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna: gli studenti del Corso di Didattica dell’arte e mediazione culturale del patrimonio artistico accompagneranno i visitatori in mostra per tutta la durata dell’evento. La mostra bolognese è legata alla recente personale di Goiris presso la Royal Academy of Fine Arts di Anversa. Il titolo della mostra, tratto dalla videoinstallazione inclusa in essa, è Terraforming Fantasies (“Fantasie di terraformazione”). Pur senza escludere gli interni e la figura umana, la ricerca fotografica e video di Geert Goiris si concentra soprattutto sul paesaggio. Sia che catturi nelle sue immagini siti ai confini del mondo (dall’Antartide al deserto vulcanico di Dancali, in Etiopia), sia che si concentri su luoghi familiari, Goiris li fa apparire sospesi ed enigmatici, come se appartenessero a un altro pianeta. Sempre in occasione di Art Banca di Bologna ospita nella sede della sua Direzione Generale la mostra “Stare a Cavaliere durante il giorno e nella notte” di Matteo Fato (Pescara, 1979) che presenta nello spazio di piazza Galvani, fino al 22 febbraio, due opere al confine tra pittura e installazione. Elemento centrale dell’allestimento sono due dipinti di paesaggio di diverse dimensioni, entrambi realizzati dal vero durante il soggiorno di Matteo Fato nel borgo abruzzese di Pereto. Quello di più largo formato muove da una resa diurna della campagna circostante, raccontata con pennellate ampie e cromatismi accesi ai limiti dell’astrazione; il secondo, più piccolo, ritrae lo stesso paesaggio nelle ore notturne, dunque con uno spettro cromatico più scuro. Ciascuno dei due dipinti possiede un proprio ‘doppio’ concomitante: un’ulteriore porzione di tela con pennellate della stessa palette, che creano un rimando speculare al lavoro principale. (red)

 

SALERNO: DOISNEAU, PESCATORE D’IMMAGINI

Fino al 3 marzo il Monastero San Giovanni al Borgo Grande di Cava de’ Tirreni ospita la mostra di “Robert Doisneau”, uno dei fotografi più importanti e celebrati del Novecento. La rassegna, dal titolo “Pescatore d’immagini”, presenta 70 immagini in bianco e nero che ripercorrono l’universo creativo del fotografo francese. In mostra alcune delle icone più riconoscibili della sua carriera come il Bacio dell’Hotel de Ville, scattata nel 1950, che ritrae una coppia di ragazzi che si bacia davanti al municipio di Parigi mentre, attorno a loro, la gente cammina veloce e distratta. Quella che Doisneau (1912-1994) ha tramandato ai posteri è l’immagine della Parigi più vera, ormai scomparsa e fissata solo nell’immaginario collettivo; è quella dei bistrot, dei clochard, delle antiche professioni; quella dei mercati di Les Halles, dei caffè esistenzialisti di Saint Germain des Prés, punto d’incontro per intellettuali, artisti, musicisti, attori, poeti, come Jacques Prévert col quale condivise, fino alla sua morte, un’amicizia fraterna e qui presente con uno scatto – Prévert au guéridon – che lo ritrae seduto al tavolino di un bar con il suo fedele cane e l’ancor più fedele sigaretta. Com’ebbe modo di ricordare lo stesso Doisneau “le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti; nessun regista può ricreare l’inaspettato che si trova nelle strade”. Tra i capolavori presenti anche Les pains de Picasso, in cui l’artista spagnolo, vestito con la sua tipica maglietta a righe, gioca a farsi ritrarre seduto al tavolo della cucina davanti a dei pani che surrogano, con la loro forma, le sue mani. (red)

 

PADOVA: LIGABUE FA SOLD OUT E PROROGA

Lo diceva lo stesso Ligabue che un giorno i suoi quadri sarebbero diventati famosi. E il numero di padovani e turisti, che dalla apertura hanno visitato la mostra a lui dedicata ai Musei Civici agli Eremitani di Padova, sembra dargli ragione. L’esposizione “Antonio Ligabue. L’uomo, il pittore” ha infatti superato le 21mila presenze, con punte di 600 visitatori giornalieri. Un successo che ha convinto gli organizzatori a prorogarla fino al 31 marzo. Esposti più di settanta dipinti, tre dei quali provenienti da collezioni private padovane e mai presentati al pubblico, che portano il visitatore in un viaggio attraverso la vita e l’arte di Antonio Ligabue, una vicenda esistenziale riscattata solo da uno sconfinato amore per la pittura. Insieme ad essi anche opere su carta e sette sculture, fusioni in bronzo dalle originali che Ligabue realizzò in creta adoperando l’argilla delle sponde del Po, nella Bassa reggiana dove il pittore ha vissuto dopo l’espulsione dalla natia Svizzera, rimanendovi fino alla morte. Un racconto biografico e artistico che si snoda attraverso i temi principali entro i quali si sviluppa l’universo creativo del pittore: i celebri autoritratti, che testimoniano il forte desiderio di rivelare attraverso l’immagine i tratti essenziali della sua personalità; gli animali selvaggi e domestici, con una simbiosi, quella tra Ligabue e gli animali, che denuncia ancora una volta la sofferenza della sua anima di animale ferito; infine, il paesaggio agreste, un microcosmo privilegiato dove Ligabue si sente a suo agio come in nessun altro luogo, nel ricordo della sua terra natale. L’esposizione, promossa. (red)

 

REGGIO EMLIA: DUBUFFET E L’ART BRUT

Fino al 3 marzo Palazzo Magnani di Reggio Emilia celebra Jean Dubuffet (1901-1985), uno dei maggiori pittori del Novecento, protagonista dell’Informale. La mostra, “L’arte in gioco. Materia e spirito 1943-1985”, ne illustra la figura di genio universale e multiforme, esplorando i numerosi cicli creativi, le vaste ricerche, le sperimentazioni tecniche inedite e originali. La rassegna presenta una selezione di 140 opere – dipinti, disegni, grafiche, sculture, libri d’artista, dischi – provenienti principalmente dalla Fondation Dubuffet di Parigi e dal Musée des Arts Décoratif di Parigi, nonché da musei e collezioni private di Francia, Svizzera, Austria e Italia, oltre a un nucleo di 30 lavori di protagonisti storici dell’art brut, termine coniato nel 1945 dallo stesso Dubuffet che ne costituì la prima collezione al mondo designata con tale nome. Si tratta di una forma di espressione artistica spontanea, scoperta dall’artista negli ospedali psichiatrici, propria di quei talenti che, privi di una formazione accademica, sono posseduti da un istinto creatore puro e talvolta ossessivo. A Palazzo Magnani si possono ammirare le opere di Aloïse, Wölfli, Wilson, Walla, Hauser, Tschirtner – divenuti oramai parte integrante della storia dell’arte del XIX/XX secolo. In contemporanea, a Palazzo da Mosto, si tiene la mostra “La Vita Materiale. Otto stanze, otto storie” che presenta le opere di otto artiste contemporanee, Chiara Camoni, Alice Cattaneo, Elena El Asmar, Serena Fineschi, Ludovica Gioscia, Loredana Longo, Claudia Losi, Sabrina Mezzaqui, accomunate – seppure con sperimentazioni formalmente molto diverse – dall’impiego di materiali spesso umili e tradizionalmente associati all’artigianato. (PO / red)

  

TORINO: VAN DYCK, PITTORE DI CORTE

Fino al 3 marzo, presso i Musei Reali di Torino, nelle Sale Palatine della Galleria Sabauda, una straordinaria mostra dedicata ad Antoon van Dyck (Anversa, 1599 – Londra, 1641), il miglior allievo di Rubens, che rivoluzionò l’arte del ritratto del XVII secolo. Personaggio di fama internazionale e amabile conversatore dallo stile ricercato, Van Dyck fu pittore ufficiale delle più grandi corti d’Europa ritraendo principi, regine, sir e nobildonne delle più prestigiose famiglie dell’epoca. Per la prima volta, la mostra “Van Dyck. Pittore di corte” – attraverso un percorso espositivo che si dispiega in quattro sezioni e oltre 50 opere – intende far emergere l’esclusivo rapporto che Van Dyck ebbe con le corti più autorevoli – italiane ed europee – per le quali dipinse innumerevoli ritratti, capolavori unici per elaborazione formale, qualità cromatica, eleganza e dovizia nella riproduzione dei particolari, soddisfacendo le esigenze di rappresentanza e di status symbol delle classi regnanti: dagli aristocratici genovesi ai reali di Torino, dall’arciduchessa Isabella alla corte di Giacomo I e poi quella di Carlo I d’Inghilterra. La mostra è organizzata dal ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Musei Reali di Torino e Gruppo Arthemisia. (1 feb – red)

 

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