Roma, 9 dic – Secondo Gian Antonio Stella tutto comincia dal fatto che ogni popolo è assolutamente certo di essere “il centro del mondo”, così come diceva Erodoto, secondo il quale i persiani stimavano più le popolazioni più vicine, mentre perdevano importanza coloro che man mano si allontanavano geograficamente. Ecco allora che gli africani indicano il Kilimangiaro come centro del mondo, i musulmani la Mecca, gli indiani il Gange, i greci Delhi, “l’ombelico del mondo”. Questo per spiegare che in ogni Paese c’è una diversa concezione di “centro del mondo”, il più delle volte inteso come luogo dove c’è la speranza di ricominciare una nuova vita, dove è possibile trovare un lavoro che possa cambiare la propria sorte in meglio. Esattamente come oggi siamo a contatto con popolazioni che intendono l’Italia come una “meta di lavoro”, anche noi, in un tempo non troppo lontano, eravamo decisi ad affrontare un lungo viaggio verso il “sogno americano”, il Paese dei tre dollari al giorno e dalle strade lastricate d’oro. Ma la nostra emigrazione in America racconta tutt’altro: parla di infiniti soprusi, di linciaggi, di un’integrazione lenta e bagnata di sangue, dettata da un’immagine stereotipata dell’italiano, cioè di un comunista, una “testa calda”, un rivoluzionario a metà tra il bianco e il nero così come indicato dal 45° parallelo nord che taglia orizzontalmente la pianura padana (esattamente a metà strada tra il Polo Nord e l’Equatore), ossia dalla linea che divedeva gli ariani dai “negroidi”, questi ultimi individuati da Torino fino a Reggio Calabria, comprese le Isole. Per questo motivo Gian Antonio Stella afferma che “se avessimo studiato maggiormente la nostra enorme storia migratoria avremmo maggiore coscienza nei confronti di quelli che ancora oggi sono considerati clandestini. Dunque – conclude lo scrittore – come gli altri hanno avuto pazienza con noi anche noi, se guardiamo alla nostra storia, dovremo avere un po’ di comprensione, di civiltà verso coloro che entrano nel nostro Paese per avere una vita migliore”.