Roma, 25 feb – I marchi italiani valgono circa 1500 miliardi di dollari e l’Italia è al nono posto della classifica mondiale dopo aver compiuto una scalata dei livelli di credibilità internazionale. Secondo Google, il brand «made in Italy» è il terzo marchio più noto al mondo dopo CocaCola e dopo Visa. I dati forniti dal gigante di Seattle testimoniano che in un decennio le ricerche online con keyword «made in Italy»sono cresciute del 15396. Un vero e proprio capitale spendibile nel mondo dalle nostre industrie. Ma spendere un capitale e garantirsi che renda bene sono due operazioni diverse che spesso richiedono competenze specifiche. Spendere sul mercato internazionale il valore del made in Italy significa avere una strategia di export in grado di leggere bene le evoluzioni e le nuove esigenze dei mercati mondiali. “La prima priorità per l’economia italiana è quella di creare valore, sviluppo e occupazione”. Non ha dubbi Carlo Maria Ferro, 57 anni, da gennaio presidente dell’Ice dopo una carriera in aziende esposte alla competizione internazionale (in ultimo presidente di STMicroelectronics Italia) e in associazioni di categoria (Assolombarda). «Oggi l’Italia — continua Ferro in un intervista al Corriere della Sera — è in una posizione per certi versi più scomoda rispetto a prima dell’esplosione della grande crisi economica. Il Pil, i consumi e gli investimenti sono inferiori rispetto al 2008. A crescere sono state le esportazioni che hanno rappresentato il driver più forte negli ultimi dieci anni. Oggi però il contesto geopolitico sta modificando l’economia mondiale, la crescita sta rallentando e gli atteggiamenti neoprotezionisti non favoriscono l’esportazione. Per questo bisognerà attrezzarsi alla competizione con strumenti e competenze diverse rispetto al passato”.
(Red)