Trento, 20 mar – Una pagina di emigrazione forzata al centro dell’incontro “Le opzioni nella Valle del Fèrsina con Leo Toller”, oggi pomeriggio a Trento organizzato dalla Biblioteca Archivio del Csseo, con la Fondazione Museo Storico del Trentino e l’Istituto Culturale Mòcheno, con Leo Toller dell’Istituto culturale mòcheno/Bersntoler Kulturinstitut, discendente da una famiglia di “optanti” suditorelesi. Come si legge su l’Adige, “gli Accordi italo-tedeschi firmati a Berlino il 23 giugno 1939, raggiunti sotto la supervisione del Reichsführer delle SS Himmler, erano volti a dare una soluzione definitiva alla questione sudtirolese. L’Anschluss del 1938 aveva portato il confine germanico al Brennero e non mancavano in Sudtirolo voci che ne propugnavano l’ annessione al Reich. L’ obiettivo da parte italiana era opposto, cioè “blindare” quel confine. La possibilità di un’opzione da riconoscersi ai Volksdeutsche del Sudtirolo viene perciò vista come un’occasione per liberarsi degli elementi più scomodi e nazionalistici. La Valle del Fèrsina, come Luserna e la Valle di Fassa, non erano territori compresi in tali Accordi e non vengono menzionate nei protocolli attuativi dell’ottobre successivo. Ciò malgrado, si assiste ad un intensa attività di propaganda tedesca e soprattutto dell’Aderst, una delle strutture create per “l’immigrazione e il rimpatrio” con sede a Bolzano, città frequentata anche da numerosi “krumer”, venditori ambulanti stagionali mòcheni. Per tutto il 1940 e la prima metà del 1941 l’attivismo è germanico: vengono raccolte le istanze di opzione anche in valle, favorita l’emigrazione di forza lavoro in Austria e moltiplicate le azioni di pressione per il trasferimento. Il trasferimento degli optanti mòcheni è organizzato per l’aprile 1942, quando dalla stazione di Pergine partono 478 persone dirette al campo di transito di Hallein, nei pressi di Salisburgo. Una baraccopoli li vedrà costretti a soggiornare per mesi a causa delle continue difficoltà di messa a disposizione dei “masi promessi”. Alcuni uomini rientrano clandestinamente, altre famiglie tentano segretamente un rimpatrio con l’aiuto del Consolato italiano, ma vengono scoperte e confinate in Slesia, dove rimarranno fino al gennaio del 1945. Nell’inverno del 1942 ha invece luogo per tutti gli altri l’insediamento nel territorio assegnato, in gran parte in masi requisiti per debiti o ad oppositori politici, i cui abitanti vengono spesso costretti a lavorare per i nuovi venuti in condizioni di subalternità. L’ area, secondo la logica nazista, doveva essere “rigermanizzata”. I rapporti con la comunità ceca divengono man mano meno tesi, i masi non vengono peraltro mai intestati ai nuovi venuti e la situazione rimane incerta, fino alla disfatta tedesca che obbliga tutti ad un precipitoso e tragico viaggio di ritorno. Anche dopo il rientro in valle la situazione rimane complicata: saranno necessari più di venti anni, anche per dare attuazione alla Legge 489 del 1949 che stabiliva la restituzione ai proprietari dei beni immobili che erano stati formalmente ceduti prima della partenza alla Dat, la società che avrebbe dovuto sovrintendere alla loro vendita o amministrazione”. (red)