Roma, 21 mar – Cresce nel nostro Paese la diffusione della fibrillazione atriale, il più comune disturbo del ritmo cardiaco. Negli ultimi 20 anni, in Italia, si è registrato un aumento del 66% delle ospedalizzazioni determinate dalla patologia. E, come nel resto d’Europa, il numero di nuovi casi è destinato a crescere di pari passo con l’invecchiamento generale della popolazione. Solo nel nostro Paese, la malattia colpisce tra i 700mila e gli 800mila italiani e determina non solo gravi problemi di salute, ma anche spese sociali rilevanti per l’intera collettività. Si calcola che il costo annuo per ogni singolo paziente è di oltre 3.000 euro. Ma novità importanti si registrano per quanto riguarda il trattamento della malattia, anche nei casi più difficili. All’ultimo congresso dell’American College of Cardiology (ACC) è stato presentato lo studio internazionale Augustus, contemporaneamente pubblicato anche sulla rivista New England Journal of Medicine. Condotto su 4.614 persone, ha valutato i regimi antitrombotici in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare e recente diagnosi di sindrome coronarica acuta (SCA) e/o sottoposti a intervento di angioplastica coronarica (PCI). “Si tratta di malati spesso difficili da curare perchè ad alto rischio sia trombotico che emorragico – afferma Pasquale Perrone Filardi, direttore della Scuola di Specializzazione in malattie cardiovascolari dell’Università Federico II di Napoli -. Dal nuovo studio è emerso che la percentuale di pazienti con sanguinamento maggiore o non maggiore clinicamente rilevante a sei mesi era significativamente inferiore in quelli trattati con Apixaban, rispetto a quelli trattati con antagonista della vitamina K”. I risultati della ricerca sono presentati oggi, per la prima volta nel nostro Paese, durante un incontro di approfondimento tra specialisti e giornalisti. (red)
