– Roma, 10 lug – “È come un tic mentale, un riflesso condizionato. E infatti l’automatismo psicologico e culturale dell’ideologia della commissione parlamentare d’inchiesta si è manifestato ancora, con troppo prevedibile puntualità, sul caso Pollari”, “resta lo spettacolo di una concezione miracolistica della commissione d’inchiesta, il riaffiorare di un vizio antico che non da oggi, ma da molti decenni, intossica ‘slealmente’ la vita politica italiana”. Lo scrive il vicedirettore del Corriere della Sera, Pierluigi Battista, in un editoriale sulla prima pagina del quotidiano dal titolo “Una stanca liturgia”. Battista ricorda che “il destino di tutte o quasi tutte le commissioni parlamentari è stato piuttosto la plateale dissociazione tra la ‘verità’ politica e quella storica o giudiziaria. O, meglio, l’indole prepotente della ‘verità’ politica ad arrogarsi il diritto di pensarsi come verità unica, consacrata da un voto a maggioranza, distillata nelle alchimie degli schieramenti politici che di volta in volta possiedono i numeri parlamentari per imporla, quella ‘verità’ fittizia, e per farne un uso politicamente aggressivo. Politicamente ‘sleale’, secondo la definizione di Violante. Il quale non dovrebbe avere difficolta a riconoscere con onestà intellettuale che non soltanto le commissioni ostili alla sinistra, la Mitrokhin e la Telekom Serbia, si sarebbero fatte portavoce di un incoercibile impulso alla costruzione di una verità politica preconfezionata, ma anche quelle considerate ‘buone’ nella storia parlamentare della Repubblica, dalla commissione d’inchiesta sulle stragi a quella sulla P2 e anche (e qui sarebbe comprensibile il dissenso di Violante) quella denominata Antimafia”.
