Lugano, 29 lug – La Rtsi (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana) ha fissato al 30 luglio prossimo la messa in onda del documentario “Nel silenzio dei pugili”, realizzato un paio di anni fa da Amirouche Jesse Allaoua per il programma Rai “Storie”, nel quale è celebrato il pugile ticinese di Lugano, Robert “Ruby” Belge, fresco campione del mondo Ibc, della categoria pesi welter. Primo svizzero e ticinese, dopo oltre cent’anni, a conquistare un titolo così importante, Belge è uno dei quattro protagonisti del documentario, realizzato durante la preparazione ai campionati svizzeri di boxe. Lo scenario presentato dal prodotto audiovisivo è il Boxing Club di Ascona, che riunisce i quattro nel loro unico obiettivo: conquistare il titolo svizzero. “Quando li vedo soffrire, soffro con loro, – afferma l’allenatore Federico Beresina – se potessi gli darei il mio cuore, ogni pugno che prendono lo sento anche io”. Roberto Belge, per quattro anni di fila ha vinto il titolo svizzero, tenterà di riconquistarlo per un’ultima volta, prima di passare al “range” professionistico a partire dal 18 dicembre. Lavora ed abita a Lugano, ogni sera dopo il lavoro va in palestra ad Ascona per allenarsi. Racconta di essere molto conosciuto a Lugano, anche perché prima era un teppista di strada, uno con il pugno facile. La boxe ha cambiato tutto, gli ha dato disciplina e un obiettivo nella vita. Gli altri protagonisti del documentario sono: Irfan Murseli, giovane kosovaro, trasferitosi in Ticino nel 1990 con i suo genitori; ha iniziato a boxare solo tre anni fa, ma è già un talento in cui il club crede. Il suo idolo è Mohammed Ali e, infatti, nello stile di boxare sembra imitarlo: guardia bassa e balletto attorno ai suo avversari; poi c’è Riccardo Silva, un ragazzo di 15 anni che si allena in compagnia del padre: studia alla Scuola sanitaria sociale di Lugano e il Club stravede per lui, malgrado la giovane età, ha già dimostrato di potere avere un futuro importante. Rtsi nel presentare il documentario sottolinea:”La boxe in Svizzera non si fa per fame, non è una necessità di vita, non ci sono soldi ed è tuttora uno sport povero”.