Roma, 22 ago – Prima o poi doveva accadere: il tanto osannato trend del “wiki”, ovvero del web costruito dagli utenti stessi, comincia a raccogliere le prime critiche. Il quotidiano francese Libération, ad esempio, riporta oggi dichiarazioni assai critiche sulle velleità “partecipative” di Internet da parte di Andrew Keen, detto anche “l’Anticristo della Silicon Valley”. Keen è autore di un saggio, intitolato “The Cult of the Amateur”, in cui se la prende con alcune recenti tendenze che la fanno da padrone sul web. Il sottotitolo dell’opera è eloquente: “Come Internet uccide la nostra cultura”. Keen, tuttavia, non sembra un nemico della tecnologia per partito preso, dato che è egli stesso possessore di un blog e produttore di un programma di podcast su AfterTv. Ciononostante, questo brillante esperto della Rete non ha esitato, nel 2006, ha scagliarsi sulle colonne del “The Weekly Standard” contro “il grande movimento utopico della nostra era che ha sede nella Silicon Valley”. Internet, scrive, è diventato “una giungla di mediocrità”. “Quando guardo il web”, prosegue Keen sulle colonne del quotidiano transalpino, “vedo principalmente un caos culturale ed etico. Osservo il furto rampante della proprietà intellettuale, il plagio, la pornografia estrema, lo spam incessante e l’inanità intellettuale”. Una diagnosi dura e senza sconti, non c’è che dire. Ma c’è di più: “Analisi politiche superficiali, video pietosi, romanzi illeggibili: oggi Internet sembra lo stato di natura di cui parlano Hobbes e Rousseau, ovvero l’anarchia”.
Ma allora che ne è dello tanto sbandierata “cyberdemocrazia”? Non chiedetelo ad Andrew Keen: “Wikipedia non ha più valore di un Trivial Pursuit, è piena di errori e mezze verità. La tanto celebrata comunità virtuale può arrivare a decidere in maniera consensuale che due più due equivale a cinque. Altro che democrazia, questa è un’oligarchia basata sull’alleanza tra i reduci della controcultura e i fondamentalisti liberali”. Nel blogger ribelle sembra in realtà di rivedere lo spettro di Ned Ludd, l’artefice di una rivolta anti-industriale settecentesca che ha dato il nome al “luddismo”, ovvero l’avversione verso le macchine e la tecnologia. Keen, però, nega: “Non sono un luddista, non ho problemi con il web in sé. Dico solo che siamo noi i responsabili di questa invenzione e che quindi dobbiamo controllarla. Ciò che critico è la cultura dell’amatore elevata a ideologia. Noi, invece, abbiamo bisogno di qualità, di gerarchia”. Eppure è di questi giorni la nuova parola d’ordine del web partecipativo: “giornalismo cittadino”. Ovvero, l’informazione fatta da non professionisti che si trovano del tutto casualmente sulla scena dei grandi eventi. Ma all’“Anticristo della Silicon Valley” la cosa sembra non piacere per niente: “Che significa ‘giornalismo cittadino’? Che ne dite, allora, di un ‘dottore cittadino’? Un giornalista non è un dilettante, si tratta di un mestiere che non si improvvisa, che richiede tempo, competenze ed energia. Il proprietario di un computer non è un giornalista credibile così come il possessore di un libro di ricette non diventa solo per questo un buon cuoco”.