Roma, 24 ago – Penitenziario di Huntsville, Texas. Detenuto numero 999232. Si chiama Kenneth Foster, ha 31 anni, è – nemmeno a dirlo – afro-americano e si trova nel braccio della morte. Sarà giustiziato il 30 agosto prossimo per un omicidio mai commesso: l’uccisione, nell’agosto del 1996, del venticinquenne studente universitario Michael LaHood Jr., figlio di uno degli avvocati bianchi più ricchi e influenti di San Antonio, avvenuto mentre la vittima rincasava con la fidanzata. Ma Foster non gli ha sparato e a dirlo non è soltanto lui, ma il giudice, gli avvocati, la polizia e la giuria popolare del processo a suo carico che si è concluso con la sua condanna a morte il 5 maggio del 1997. Perché Foster, così come un centinaio d’altri detenuti nel braccio della morte texano, è vittima di una legge ingiusta, la “law of parties”, la quale stabilisce che un individuo sia “responsabile di un crimine commesso da altri qualora egli abbia agito con l’intenzione di promuovere o assistere il compimento di tale crimine” e secondo la scienza giuridica del Texas – unico Stato in cui tale legge è in vigore – permette di mandare un uomo alla sedia elettrica, anche se non ha mai ucciso nemmeno una mosca. Foster, al momento del crimine, aveva solo 19 anni, andava al college ed era anche un musicista di talento. Da quando, nel 1976 la pena capitale è tornata in vigore negli Stati Uniti per decisione della Corte Suprema se si porterà a conclusione l’uccisione di Foster, per il Texas sarà l’esecuzione numero 401. Quest’anno, solo in Texas, sono state giustiziate 21 persone. La 400entesima esecuzione risale a due giorni fa, alla notte tra il 22 e 23 agosto. Il giustiziato si chiamava Johnny Ray Conner, aveva 32 anni. Prima di porgere il braccio al boia, Conner aveva dichiarato: “Questo è il destino. Questa è la vita. Questo è qualcosa che Allah desidera da me. Quel che sta accadendo a me è ingiusto e il sistema è rotto”. E non è mai cambiato. Ottanta anni fa venivano mandati a morire in America, sulla sedia elettrica i due anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Erano innocenti. Come innocente è il detenuto Kenneth, che non ha colpa di essere nato il 22 ottobre 1976 nel poverissimo ghetto nero di Austin da una prostituta tossicodipendente e da un drogato con precedenti penali. La sua colpa è stata trovarsi il 15 agosto di 11 anni fa, alla guida della sua auto attraverso i quartieri alti di San Antonio, con tre coetanei a bordo: Mauricio Brown, Dwayne Dillard e Julius Steen. Ma cosa c’entra lui se a un certo punto uno di loro, Brown, scese fuori e si allontanò di una ventina di metri mentre gli altri rimanevano seduti nell’auto? Non molto tempo dopo fu udito uno sparo. Al processo la pubblica accusa asserì che Brown aveva voluto portare a termine una rapina progettata insieme agli amici. L’unica testimone oculare era la fidanzata della vittima, Mary Patrick, ma in aula cambiò più volte la deposizione. Foster fu processato con Brown, anche se non c’erano dubbi che fosse stato l’amico a sparare il colpo, mentre lui era rimasto seduto nell’auto, senza sapere nulla di quello che stesse accadendo. Brown ammise in aula che quella era la verità, ma l’accusa sostenne che egli tentò di rapinare la vittima, cosicché la rapina abbinata a un omicidio permetteva di accusare anche Foster di omicidio, in qualità di complice. E quindi di condannarlo a morte assieme all’esecutore materiale dell’assassinio. Brown è già stato giustiziato il 19 luglio 2006. Il caso di Kenneth ha avuto l’attenzione da tutto il mondo, soprattutto per l’evidente mancanza di prove contro di lui e l’applicazione di una legge iniqua, ma anche per i numerosi appelli dei suoi familiari, degli amici e di tante altre persone, che si sono mobilitate in suo aiuto. In Italia, da oggi, una gigantografia del detenuto con la scritta “Salvate Kenneth Foster”, è esposta sulla facciata di Palazzo Medici Riccardi a Firenze. “Il ricorso alla pena di morte è ingiustificato in qualsiasi caso e per qualsiasi motivo, ma stavolta è ancora più assurdo”, ha dichiarato il presidente della provincia di Firenze, Matteo Renzi. “Da Firenze, prima terra ad avere abolito la pena capitale già nel 1786 – ha aggiunto Matteo Renzi – vogliamo lanciare un messaggio di speranza e di vicinanza al condannato e alle associazioni che combattono la pena di morte”.