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PROSTITUZIONE, DAI “TOLLERANTI” AI “PASDARAN”

it@withub.it by it@withub.it
4 Settembre 2007
in Archivio News dal mondo
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Roma, 4 set – Si torna a parlare di legalità in Italia. L’ordinanza fiorentina della scorsa settimana che ha dichiarato guerra ai lavavetri, ha innescato una reazione a catena tra il blitz romano anti-degrado, proposte trasversali di assunzioni di mendicanti come interinali e rispolverato espressioni americane di qualche anno fa come “tolleranza zero”. Nel dibattito sulla legalità, approdato in queste ore anche nelle stanze di Palazzo Chigi, la prostituzione, sopratutto quella legata al racket e allo sfruttamento dell’immigrazione, non è centrale nella discussione, ma è strettamente correlata. Innanzitutto in Italia la prostituzione è legale (legge Merlin 1958) ma è vietato organizzarla ed esercitarla al chiuso. Quello che accade è che la maggior parte delle prostitute – sopratutto immigrate – lavorano in strada e molte sono vittime di una rete di sfruttatori che le costringe a prostituirsi e che la legge italiana punisce. Oggi il Comune di Lecce ha adottato un provvedimento, in via “sperimentale”, per contrastare la prostituzione che si pratica nelle vie adiacenti alla stazione ferroviaria, rendendola zona a traffico limitato dalle ore 21,00 alle ore 04,00. L’ordinanza precisa però che “sono esclusi dal citato provvedimento i veicoli in uso ai disabili muniti del regolare contrassegno, quelli delle forze di polizia, di pronto intervento, dei medici in visita domiciliare, dei residenti o domiciliati delle citate vie, muniti di regolare contrassegno rilasciato dal settore mobilità”. Come considerare il provvedimento dell’amministrazione comunale leccese? Sposta il problema rendendolo una questione di mero ordine pubblico, può aiutare a contrastare la prostituzione o sposta di qualche chilometro “la strada del sesso”? “Se quella del sindaco è una mossa per abbattere il fenomeno anche in altre zone e non lo ha preso per spostarlo in un luogo specifico – ha dichiarato Roberto Gerali, responsabile della sezione “Ragazza di strada” dell’Associazione Papa Giovanni XXIII – allora può essere un modo per allargarlo ad altre province e allora si può fare”. L’Associazione di Don Benzi è cattolica e fortemente contro le “zone rosse della prostituzione” e – come ha continuato Gerali – è convinta che “la prostituzione sia un male, per questo va resa illegale, punendo i clienti come del resto ha affermato più volte anche il ministro Amato”. Sette anni fa nell’estate del 2000, nell’allora governo Amato, il ministro della Solidarietà Livia Turco propose di istituire alcune zone delle città da adibire all’attività della prostituzione, considerandolo un metodo per consentire l’esercizio all’interno di abitazioni e coinvolgendo le lucciole in un’attività cooperativa di donne, sottraendole al racket e al mercato del sesso. La proposta scatenò un putiferio. Il ministro corresse la propria proposta, precisando che non era sua intenzione quella di riaprire le “case chiuse” e il mondo politico si divise tra favorevoli, contrari, schifati e infiammati. In sette anni il problema della prostituzione è stato fronteggiato con diverse soluzioni dalle singole amministrazioni, l’ultimo provvedimento in ordine cronologico è quello del sindaco di Lecce e si ricorderanno le videocamere di sorveglianza sulle vie più “trafficate” accese dal sindaco Veltroni in alcune strade della capitale. “A Rimini, a Padova, a Ferrara si multano i clienti – sottolinea Gerali – è una metodologia semplice che va anche contro i protettori, perché il male va reso illegale, non spostandolo in case chiuse, perché non si può pensare a delle minorenni costrette a prostituirsi e lo stato non deve permetterlo”. Mentre a Lecce si approvava la chiusura della “strada del sesso”, a Bologna il sindaco Sergio Cofferati – uno dei precursori della battaglia ai lavavetri – ribadiva in un’intervista a Repubblica di essere contrario alle case chiuse e che “è necessario colpire il racket per aiutare le ragazze a liberarsi”. Intanto il ministro Damiano ha dichiarato in questi giorni, durante un intervento alla Festa dell’Unità a Genova, che occorre “regolare l’attività di prostituzione”. Tra le proposte di Damiano ritorna quella delle “cooperative”. Di nuovo il dibattito rischia di risolversi in favorevoli, contrari, inorriditi, caldeggiatori. Ma una proposta di legge non sembra venirne fuori. “Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi fenomeni, non dimentichiamoci che stiamo parlando di essere umani, di persone violentate, torturate e a volte uccise. Non possiamo tollerare questa situazione” ha dichiarato Damiano. Tra le favorevoli alla riapertura della “case chiuse” Stefania Craxi, mentre Rina Gagliardi, Rifondazione comunista, ha distinto tra “case chiuse” e un “comitato dei diritti delle prostitute”, che garantirebbe invece la possibilità di autogestione e riconoscimento della regolarità dei lavoratori del sesso, compreso il pagamento delle tasse, come accade ad esempio in Germania dove la prostituzione è regolata e si hanno garanzie come la pensione, ad esempio. Per Alessandra Mussolini, segretario nazionale di Azione sociale, “quartieri appositi, garantirebbero a queste donne di esercitare la loro attività in sicurezza come avviene nell’Europa del Nord”. Notoriamente in Olanda e in Gran Bretagna in locali adibiti o case private. E ha aggiunto: “Non ci si può limitare a confinare il problema della prostituzione nei dibattiti estivi, lasciando i sindaci dei comuni come unica autorità impegnata a contrastarla. Non si può rischiare il ‘fai da te’, stile lavavetri. C’è necessità urgente di una legge nazionale che regolamenti il fenomeno, che liberi dalla schiavitù le ragazzine che ognuno di noi fa finta di non vedere agli angoli di ogni strada in Italia, che colpisca il racket e la criminalità organizzata”. Una delle ultime indagini risale al 2005 e calcolava che le prostitute in Italia erano tra le 50 mila e le 75 mila. Di queste, circa 25 mila immigrate e 2 mila minorenni; oltre 2 mila il numero delle donne ridotte in schiavitù e poi costrette a prostituirsi. Il 65% delle prostitute, pari a circa 30 mila donne, lavorava in strada, il 29,1% in albergo. Le altre ricevevano i clienti in “case” d’appuntamenti. Il 94,2% delle prostitute erano donne, il 5% transessuali, lo 0,8% travestiti. Stando alle cifre fornite due anni fa il 59% delle prostitute straniere arriva dalla Nigeria, il 14,1% dall’Albania, il 10% dalla ex Jugoslavia, l’8,1% dal Sud America il 3,6% dal Nord Africa. Di fronte a questi dati, peraltro vecchi, il problema più evidente è il racket, lo sfruttamento e la necessità di togliere le minorenni dalla strada.

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