Firenze, 20 set – Nuove scoperte sull’evoluzione umana arrivano da Dmanisi in Georgia. L’autorevole rivista scientifica Nature pubblica oggi i risultati di un importante lavoro condotto da un gruppo internazionale di studiosi del quale fa parte Lorenzo Rook, docente di Paleontologia presso l’Università di Firenze. A diffondere la notizia è stato oggi proprio l’ateneo toscano. Nella città georgiana vengono da anni studiati i resti umani dei primi uomini che abbandonato i territori africani per colonizzare il continente euroasiatico. Nel sito archeologico, datato intorno a 1,8 milioni di anni fa, sono stati rinvenuti resti di un ominide caratterizzato da arti inferiori di tipo moderno e da quoziente di encefalizzazione, aspetto corporeo e molte morfologie delle specie più arcaiche di Homo erectus.
A Dmanisi, uno dei siti paleoantropologici più importanti di Eurasia e Africa erano già stati ritrovati anni fa resti craniali, ma i ricercatori oggi oltre ai dettagli sull’anatomia degli ominidi sono riusciti a rintracciare dati sul contesto cronologico e stratigrafico, sull’ambiente, la fauna e la formazione dei fossili che portano a riconsiderare alcune ipotesi nella ricostruzione della storia del genere Homo. La sensazionalità della scoperta consiste nell’aver individuato l’anatomia particolare di questi ominidi attraverso lo studio degli arti superiori e inferiori. Da questi studi sono emersi caratteri primitivi uniti ad aspetti moderni. Gli aspetti di modernità sono individuabili nelle morfologie degli arti inferiori: gli uomini di Dmanisi avevano infatti capacità biomeccaniche moderne, soprattutto per quel che riguarda l’efficienza nella corsa o negli spostamenti su lunghe distanze. Affiancati a questi elementi di modernità gli arti superiori mostrano invece morfologie ancora molto simili alla specie ancestrale Homo habilis o addirittura alle australopitecine (le forme di ominidi diretti antenati del genere Homo), così come le piccole dimensioni corporee e il basso quoziente di encefalizzazione (rapporto tra capacità craniche e dimensioni corporee).
“Dmanisi ancora non finisce di stupirci. Dalla pubblicazione relativa alla prima mandibola umana, avvenuta nel 1991, i nuovi resti che negli anni sono stati recuperati continuano a fornirci nuovi dati sulla storia evolutiva di questa antica umanità” – afferma Lorenzo Rook, che dal 2000 partecipa attivamente alle ricerche sul campo in Georgia e coordina gli studi condotti dal gruppo di ricercatori italiani relativo alla ricostruzione del contesto paleoecologico e paleoclimatico e alle analisi degli aspetti tecnici relativi all’industria litica del sito. “Il pregio maggiore di Dmanisi sta proprio nella ricchezza in resti fossili umani. Un caso quasi unico, che permette di osservare i fossili nella loro variabilità, elemento cruciale per la comprensione delle dinamiche evolutive della specie” ha inoltre aggiunto lo studioso.
(Deg)