Rangoon, 1 ott – Dopo i giorni della repressione è silenzio e attesa in Birmania. All’indomani del suo incontro con il leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, durato circa per un’ora e un quarto sotto lo stretto controllo dei militari, l’inviato delle Nazioni Unite Ibrahim Gambari in missione in Birmania è tornato a Naypyidaw, villaggio trasformato in capitale dal regime, per riprendere le trattative con gli esponenti del governo. E’previsto per domani, secondo fonti militari del regime, il suo incontro con il generale Than Swhe, il capo della giunta militare che domina come una grande ombra il paese. Una strana quiete torna nelle strade di Myanmar: dopo che i militari hanno soffocato nel sangue i cortei guidati dai monaci, i monasteri e le vie delle città quasi vuote continuano ad essere presidiate dalle truppe di Tan Shwe. Cresce, intanto, la preoccupazione per le persone arrestate, che, secondo i dati raccolti dalle organizzazioni per i diritti umani, sarebbero almeno un migliaio, mentre stando ad alcune fonti diplomatiche straniere ammonterebbero ad alcune centinaia. La Aaap, l’associazione thailandese di assistenza ai detenuti politici che da anni monitora la situazione delle carceri di Myanmar, rivela un’ipotesi allarmante: nelle terribili prigioni birmane potrebbero giacere circa 1500 persone, di cui oltre 1000 monaci e circa 400 attivisti. Si procede inoltre ad un primo tentativo di bilancio delle vittime del massacro dei giorni scorsi – tredici, secondo il regime di Than Swhe, dalle 15 alle 200 secondo altre fonti. Dopo le giornate cruciali del conflitto l’opposizione non getta la spugna, e organizza uno sciopero generale ai danni del regime per paralizzare formalmente il Paese. L’iniziativa riceve sostegno da parte delle quattro principali etnie che popolano Myanmar: l’etnia shan, la maggiore dopo quella birmana, quella karen, che conta circa due milioni di persone, la karenni, subetnia della karen, e la mon, la più antica, composta principalmente di contadini e da buddisti. Amnesty International intanto esorta il Consiglio di sicurezza dell’Onu a organizzare un embargo immediato nelle esportazioni di armi verso la Birmania, coinvolgendo nel suo appello anche Cina, Russia, Serbia e Ucraina, i principali fornitori di armi del Paese. Anche la Casa Bianca ha espresso la propria preoccupazione: “Continuano ad arrivare notizie di violenze e intimidazioni”, ha rivelato Dana Perino, la portavoce di George W. Bush. Giunge intanto da Lee Hsien Loong, primo ministro di Singapore, una nota rivolta a Than Shwe, in cui è ribadito l’appoggio dell’Asean (Associazione dei Paesi del Sudest asiatico) alla missione di Gambari: “Vorrei sottolineare l’importanza con cui i Paesi dell’Asean sostengono la sua missione”.
(Caf)