Roma, 16 ott – Il governo è come una corda nel bel mezzo di una gara di tiro alla fune. Da una parte i sindacati che, durante il vertice di ieri, hanno chiesto al premier Romano Prodi il rispetto integrale del protocollo firmato il 23 luglio scorso su previdenza e mercato del lavoro e la cancellazione delle modifiche apportate dall’ultimo Consiglio dei ministri. Dall’altra parte della fune i quattro ministri della sinistra radicale, che, uno alla volta, dicono: non ci saranno altre modifiche e il testo che andrà in Parlamento è quello approvato dal Cdm di venerdì scorso. E mentre le due “squadre” si strattonano da un capo all’altro della corda le ore scorrono: si tratta delle “48 ore” che il governo ha fatto partire al termine dell’incontro di ieri con Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, il tempo utile alla consegna ai sindacati di un testo che corrisponda “in modo integrale” al protocollo già approvato dal referendum dei lavoratori. Ieri i tre leader sindacali avevano avvertito che, in caso di mancato rispetto del protocollo, si sarebbero mobilitati. Anche con uno sciopero. Una posizione ribadita oggi da Bonanni: “L’ombrello lo abbiamo nel deposito, e lo apriremo solo se piove. Le nubi si sono rasserenate dopo l’incontro di ieri con Prodi”. “Spero – ha continuato – che nel governo alla fine prevalga saggezza e buon senso, l’accordo è accordo, va rispettato l’equilibrio che abbiamo raggiunto”. Parole cui si è associato Luigi Angeletti, leader della Uil: l’accordo, dice, “sicuramente non si tocca, lo hanno sottoscritto governo e parti sociali e qualunque modifica anche non eccezionale deve essere concordata dai sottoscrittori. Se questo non avviene, è chiaro che noi non possiamo accettare che gli accordi vengano cambiati in maniera unilaterale e quindi reagiremo”. Angeletti dice di non capire “l’oggetto della manifestazione” di sabato prossimo organizzata dalla sinistra radicale, “una manifestazione – attacca Angeletti – organizzata da un pezzo di governo, non ho capito se è a favore o contro il governo. Questo è incomprensibile per una mente semplice come la mia”. A proporre un altro punto di vista sono però i ministri della “Cosa rossa” che chiedono la conferma dei ritocchi decisi dall’ultimo Consiglio dei ministri, riguardanti i contratti a termine e alcune parti relative alla previdenza. Alessandro Bianchi parla chiaro: “Il pacchetto – ha detto il ministro dei Trasporti – è stato approvato in Consiglio dei ministri e il presidente Prodi ora può andare avanti e successivamente decidere. Io non ho alcun sentore di ripensamenti e men che meno di ulteriori passaggi in Consiglio dei ministri”. Alfonso Pecoraro Scanio conferma: “Sui contratti a termine non si può tornare indietro”. Il testo definitivo, per il ministro dell’Ambiente, è quindi quello licenziato dal Cdm: “Ormai – ha fatto notare il leader dei Verdi – il ddl è in mano al Parlamento e il governo se deve, faccia gli emendamenti”. Anche Fabio Mussi, che però sabato non sarà in piazza, invita a non toccare i “miglioramenti” introdotti al protocollo del 23 luglio. Chi sfilerà sabato sarà invece il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero: “Non mi è piaciuto – afferma l’esponente di Rifondazione – come sono stati utilizzati i dati del referendum tra i lavoratori -invece di cogliere la domanda di giustizia sociale sono stati usati i sì contro i no come se i lavoratori fossero contrapposti ed il sì è stato usato unicamente in forma di legittimazione”. Fa discutere intanto la dichiarazione di Antonio Di Pietro. “Ho l’impressione – sostiene il ministro delle Infrastrutture – che sul pacchetto welfare si sia raggiunto un accordo sostanziale, sul quale sono favorevole, e che oggi chi recita la parte dell’insoddisfatto lo faccia per accontentare gli iscritti di questo o quel sindacato, di questa o quella corporazione”. Compresi i ministri che si sono astenuti o hanno votato con riserva: “Mi pare – afferma Di Pietro – l’abbiano fatto più per partito preso che per legittima convinzione”. “Di Pietro sbaglia”, replica Manuela Palermi, capogruppo Verdi–Pdci in Senato. “Per quelli che, come lui, hanno percepito una notevole pensione a 45 anni, è abbastanza scontato che le problematiche del welfare appaiano secondarie e noi poco credibili”.
(Fca)