Palermo, 22 ott – Il mare come immagine e come memoria, come punto di riferimento e fulcro d’attrazione del turismo di ritorno per i siciliani nel mondo. In questa prospettiva il senatore Nino Randazzo (Africa-Asia-Oceania-Antartide) è intervenuto venerdì scorso al convegno internazionale di Palermo dell’Optm (Osservatorio della Politica Turistica Mediterranea) sul tema: “Sicilia: la prospettiva dal mare”. “E’ vero – ha detto Randazzo – che il trasporto aereo intercontinentale, almeno per quanto riguarda i passeggeri, ha ormai totalmente soppiantato i viaggi marittimi transoceanici. Ma almeno il 90 per cento dell’intera emigrazione siciliana in Australia e Nuova Zelanda, la più alta componente regionale della presenza italiana in quella parte del mondo, raggiunse per la prima volta la sua patria d’adozione via mare: in massima parte l’esodo del secondo dopoguerra fino agli inizi degli Anni ’70 del secolo scorso. Traversate di 30-35, fino a 40 giorni. L’ultimo scalo italiano prima della “grande avventura” – continua – era Messina, dove s’imbarcava la maggioranza dei passeggeri per l’Australia, appunto quelli della Sicilia e della Calabria. Oggi, naturalmente, alcuni di loro e dei loro figli e nipoti tornano, per soggiorni più o meno lunghi o brevi, in aereo. Ma le rotte dei cieli, a parte la relativa brevità rappresentano quasi una continuità con le rotte marittime. Oggi – sottolinea il senatore – non ci sono altre rotte che quelle degli spazi aerei, ma…in principio era il mare”. Estendendo poi il tema centrale del convegno, Randazzo si è soffermato su una riflessione circa “una prospettiva dei siciliani all’estero rispetto alla loro isola d’origine, che resta sempre principalmente quella che possiamo chiamare “una prospettiva rivierasca”, una “prospettiva di mare”. Un concetto che si allaccia a come i siciliani di nascita o oriundi all’estero ricordano, vedono, imparano a vedere e “sentono” la Sicilia nella sua peculiare posizione geopolitica, nei suoi rapporti con lo Stato italiano centrale e la penisola, e i suoi rapporti storici e culturali con le popolazioni rivierasche del Mediterraneo, specie con quelle della sponda sud e sudorientale. E, ancora, è un concetto che tenta anche di identificare i siciliani all’estero, popolo di viaggiatori per le vie dei mari e dei cieli, come una “risorsa” economica e culturale”. “Il turismo di ritorno – ha sottolineato Randazzo – della nostra gente all’estero è, purtroppo, ancora non un flusso sostanzioso e regolare, ma un modestissimo rigagnolo rispetto al potenziale. Si nota un’assenza di autentici incentivi – ha proseguito il parlamentare di residenza australiana eletto nella circoscrizione Estero – e, a parte il richiamo dei legami familiari per chi ancora ce l’ha, un’assenza di invitante accoglienza. Il turismo di ritorno non è più solo o principalmente quello di chi è partito dalla propria terra di nascita, ma quello delle seconde e terze generazioni dei nostri emigrati”. Sottolineando come il gruppo di nascita e/o origine siciliana nel mondo sia di gran lunga superiore all’odierna popolazione della Sicilia, Randazzo ha anche affermato “che un numero altissimo di oriundi siciliani in Australia è costituito da operatori economici, dirigenti aziendali, esponenti di primo piano in amministrazioni pubbliche e private, professionisti, uomini e donne di solida formazione culturale, in gran parte non più italofoni, ma che coltivano una loro immagine della Sicilia, che vedono a distanza e giudicano da letture, da studi, da racconti di genitori e nonni, da mezzi d’informazione scritta, radiofonica, televisiva, on-line. Alcuni di loro conoscono le vicende storiche e l’attualità della Sicilia forse meglio di tanti siciliani residenti”. Ed è proprio “il mare l’elemento forte, preciso, dominante, di notevole impatto e richiamo, della loro visione della Sicilia. Un mare, dunque, la cui immagine accomuna i siciliani in patria e nel mondo. Un mare – continua Randazzo – attraverso il quale – come ben si sa e sarebbe superfluo illustrare ulteriormente – sono pervenuti in Sicilia in ogni epoca tesori di civiltà ed anche di benessere economico. Un mare che continua a portare ancora oggi masse di umanità disperata, di immigrati regolari e clandestini, che fanno i lavori più pesanti e umili che nessun siciliano farebbe più, che fanno un lavoro di manovalanza agricola senza il quale l’economia rurale dell’Isola collasserebbe dall’oggi al domani, e nei cui volti, indipendentemente dal colore, scorgo le stesse espressioni, le stesse sofferenze e speranze, la stessa volontà di sopravvivere e mettere radici, dei nostri corregionali nelle prime dolorose fasi d’insediamento in Australia negli Anni ’50 e ’60. Quindi – conclude – un mare che non deve essere una barriera, una frontiera, ma una via maestra, una porta, un ponte, se vogliamo, con la riva sud del Mediterraneo”.
(Cep)