Wolfsburg, 21 dic – Le cose negli anni sono peggiorate, basti pensare che oggi la collettività italiana in Germania è nel mondo quella con la più alta percentuale di lavoratori dipendenti (oltre il 75%) e paga il prezzo più alto, insieme a quella turca, della recessione economica, con un tasso di disoccupazione del 22%, il doppio rispetto alla media federale; in più, nel campione considerato nella ricerca, quasi il 72% ha un lavoro a tempo determinato. Tra coloro che la Fondazione Cesar ha intervistato, la metà definisce mediocre o insoddisfacente la propria situazione socio-economica, anche se più del 70% ritiene che nel tempo la situazione degli emigrati sia migliorata. Il rischio disoccupazione e le difficoltà linguistiche (solo il 15% si sente padrone della lingua tedesca parlata, oltre il 40% dichiara di non conoscerla bene) sono al primo posto tra i fattori negativi, assai più delle differenze culturali, del senso della perdita di identità o della malinconia del distacco dalla madrepatria. L’associazionismo di emigrazione non appare particolarmente florido, la percentuale di coloro che dichiarano di parteciparvi attivamente resta al di sotto del 32%. Il dato relativo a coloro che si sono rivolti ai servizi sociali è piuttosto significativo (17,85%), sintomo di un disagio relativamente diffuso; tuttavia, le politiche sociali della Germania non trovano un giudizio positivo tra gli italiani: quasi il 55% dei quali le definisce mediocri o deludenti; parallelamente, quasi il 46% auspica più interesse e sostegno da parte delle istituzioni italiane, anche in forma di orientamento sui passi e le procedure connessi all’inserimento sociale e lavorativo. Un atteggiamento, peraltro, che rappresenta una sfida in positivo per soggetti già presenti e attivi in loco, come il patronato Inas.
(Cld/Sis)