Roma, 8 gen – In un articolo pubblicato oggi sulla rivista “Current Biology” uno studio che vede coinvolta in prima linea l´Università Politecnica delle Marche, mette in guardia sul fatto che una perdita della biodiversità nei fondali marini potrebbe gravemente danneggiarne il funzionamento ecosistemico, come la biomassa faunistica totale e la decomposizione della materia organica. La ricerca è stata finanziata dall´Ue nell´ambito del programma “Hotspot Ecosystem Research on the Margins of European Seas (Hermes)”, nonché dalla Fondazione europea della scienza (Fes) nel quadro del programma “Eurocores Biodiversity and Ecosystem Functioning in Contrasting Southern European Deep-sea Environments (Biofun)” e i suoi risultati contribuiranno alla rete di eccellenza Ue per la biodiversità marina e il funzionamento dell´ecosistema (Marbef). “Per la prima volta abbiamo dimostrato che il funzionamento dell´ecosistema nei fondali marini dipende strettamente dal numero di specie che abitano il fondo oceanico” ha affermato l´autore principale dello studio, Roberto Danovaro dell´Università Politecnica delle Marche, presidente della European Federation of Marine Sciences and Technology Societies (Efms) e già scopritore nel 2005 con un altro ricercatore del Politecnico – Antonio dell’Anno – che circa il 65% di DNA presente negli oceani di tutto il mondo si trova nei sedimenti profondi e che circa il 90% di questo DNA è extracellulare (gli ambienti profondi fornirebbero quindi il maggior contributo alla ciclizzazione del fosforo del pianeta). “Questo dimostra – spiega – che dobbiamo preservare la biodiversità e in particolare la biodiversità dei fondali marini, altrimenti le conseguenze negative potrebbero essere senza precedenti. Dobbiamo prenderci cura delle specie che sono lontane da noi e che sono sostanzialmente invisibili”. (SEGUE)