Milano, 8 feb – Sulla raccolta differenziata dei rifiuti
l’Italia è spezzata in due: si chiede da mesi, se non da anni, come farà a
risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani della Campania,
mentre molte regioni, come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, possono essere
considerati dei casi di successo, in cui la soluzione del problema passa
attraverso l’individuazione di alternative alla discarica e non comporta
sostanziali spese aggiuntive. Nel 2006 in Italia si differenziava il 25,8% dei
rifiuti urbani, ma il dato è in continua crescita, sebbene con i noti
disequilibri territoriali (39,9% al Nord, 20% al Centro, 10,2% al Sud). Secondo
una ricerca su emissioni e costi della filiera del differenziato e
dell’incenerimento condotta dallo Iefe, l’Istituto di Economia e Politica
dell’energia e dell’ambiente dell’Università Bocconi, insieme ad altre
università, si potrebbe rivalutare la termovalorizzazione. “La legislazione
italiana privilegia il riciclo e il riuso rispetto all’incenerimento e
favorisce lo smaltimento dei rifiuti nell’ambito territoriale in cui vengono
prodotti – spiega Antonio Massarutto, uno dei ricercatori – Se si tiene davvero
conto di tutte le emissioni del ciclo, ho l’impressione che possa esserci
qualche sorpresa a vantaggio della termovalorizzazione”. “Il sospetto è che, in
passato, anche nel mondo della ricerca – prosegue il ricercatore dello Iefe –
ci sia stata un po’ di sudditanza psicologica nei confronti della
differenziazione, sostenuta politicamente in tutta Europa”. In Italia si
incenerisce, recuperandone energia, circa il 10% dei rifiuti, un dato inferiore
a quasi tutto il resto d’Europa. Non sempre la struttura economica della
termovalorizzazione si sposa con il principio dello smaltimento a livello
locale. “I costi fissi di questi impianti – prosegue Massarutto – sono
altissimi e se vengono sottoutilizzati si rischia il bagno di sangue economico.
In alcune località, in Germania e Olanda, se ne sono addirittura costruiti
troppi e, oggi, finiscono per bruciare anche rifiuti belgi e francesi”. Gli
strumenti di incentivazione economica (dalle ecotasse sulle discariche agli
sconti d’imposta per la differenziazione) hanno funzionato abbastanza bene in
Italia; meglio ancora hanno funzionato gli strumenti volti a responsabilizzare
i produttori alla gestione del fine vita dei beni di consumo, dagli imballaggi
alle auto e all’elettronica. I progressi degli ultimi anni sono innegabili. La
tentazione è di far lavorare il mercato in tutto il settore rifiuti, allargando
un po’ gli ambiti in cui ci debba essere corrispondenza tra produzione e
smaltimento. “Ciò non significa dare il via al turismo dei rifiuti, spedendoli
da Napoli alla Germania, benché questa soluzione possa rivelarsi necessaria in
casi di emergenza”, conclude Massarutto. “Significa però che sarebbe
auspicabile permettere agli impianti esistenti una maggiore libertà di
accogliere anche rifiuti non strettamente prodotti in loco, in modo da
permettere ai gestori di ottimizzarne la capacità. In fin dei conti un
inceneritore inquina meno di una centrale elettrica, e non mi risulta che vi
siano obblighi di produrre in loco l’energia elettrica di cui si ha bisogno”.
(Caf)