Roma, 30 apr – A Maia si sacrificavano scrofe. Maiale(m) infatti è un aggettivo latino che vuol dire “sacro a Maia”. Maiale e maggio vogliono dunque dire la stessa cosa. A Roma il maiale aveva un posto di prestigio: fu proprio una scrofa che allattava i suoi piccoli sulle rive del Tevere a indicare a Enea il luogo dove doveva sorgere Roma; col sacrificio di un maiale si concludevano le paci, si stringevano patti familiari, si propiziavano divinità agresti; col suo grasso negli sponsali si ungevano le imposte della nuova casa per allontanare il maleficio; nel rito della lustratio, quando si purificava il bimbo e gli si metteva il nome, gli si appendeva al collo l’immancabile porcellino d’argento; i legionari lo portavano nelle loro insegne. Maia era anche identificata con la terra (Tellus) e Bona Dea. Ma la terra è anche la casa dei morti, e pertanto le Kalende di Maggio ricordavano agli antichi romani anche i Lari (Lares Praestites o Lares Publici Genii ovvero spiriti guardiani di Roma e dei Romani), onoravano la Madre dei Lari (Mater Larum), onoravano i Mani ed inoltre consideravano il mese dedicato anche ad anziani e defunti (e di conseguenza non adatto a feste nuziali). L’etimo di Maia sembra sia una variante diminutiva del greco meter, (in latino mater, madre) e fu nome o nomignolo vezzeggiativo attribuito oltre che alle madri, anche alle nonne ed alle levatrici. Nel medioevo ed almeno fino alla controriforma la festa del primo maggio mantenne uno spiccato carattere sessuale come cerimonia magica per favorire la fecondità, senza frontiere precise fra sacro e profano.
(Grm)