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MODA, DAVIDE CONTRO GOLIA: LOUIS VUITTON FA CAUSA A UNA 26ENNE

it@withub.it by it@withub.it
7 Maggio 2008
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Parigi, 7 mag – Una t-shirt con l’illustrazione di un
bambino del Darfur, smunto ed emaciato, che tiene una borsa Louis Vuitton al
braccio e un chihuahua sulla spalla. A sottolineare che i media si occupano di
temi poco importanti – come gli status symbol o il cagnolino preferito di Paris
Hilton – invece di prestare attenzione a quelli davvero urgenti, come il
genocidio in atto nella martoriata regione nell’ovest del Sudan. E’ questo il
messaggio della maglietta disegnata da Nadia Plesner per raccogliere fondi da
destinare all’associazione “Divest for Darfur”. L’originale iniziativa,
tuttavia, non è piaciuta al colosso della moda francese, che nel mese di
febbraio ha intentato una causa legale contro la giovane studentessa danese:
oltre a 20mila dollari per ogni giorno di utilizzo dell’immagine. Nadia è stata
chiamata anche a risarcire il gruppo per le spese legali sostenute. La
designer, tuttavia, non si è lasciata intimidire e il prossimo 30 maggio
incontrerà i rappresentati legali di Vuitton a Parigi, accompagnata dal suo
avvocato. Raggiunta dal New York Magazine ad Amsterdam, dove frequenta la Gerrit Rietveld
Academie, la ragazza ha spiegato di aver scelto una borsa come simbolo di ciò
che in occidente siamo abituati a vedere sulle prime pagine dei giornali. “Ho
modificato un po’ il design – ha precisato – quindi non si può definire una
copia integrale, ma una generica borsa firmata”. Ciononostante lo stile Vuitton
è assolutamente riconoscibile: “Penso che alcuni simboli nel mondo diventano
così famosi da rappresentare qualcosa di più di quello che sono. Come il logo
McDonald’s o quello della Coca Cola: rimandano ad altre cose, che prescindono
dal tema in sè – ha spiegato l’intraprendente creativa -. Ero in cerca di qualcosa
che avesse questi colori e che fosse molto più grande rispetto al bambino
dell’illustrazione”. Perché, allora, non scegliere una borsa Fendi, che ha lo
stesso impatto? “Ho viaggiato in tutto il mondo, in posti come l’Asia e la Thailandia e questo
tipo di borse, con questi colori, sono quelle che ho visto di più, ovunque. Non
solo borse originali, ma anche copie – ha ribadito la ragazza -: tutti vogliono
comprarle per ostentare una certa immagine e questo è ciò che sto cercando di
dimostrare!”. Una volta scoppiato il caso Nadia ha preso in considerazione
l’ipotesi di modificare il disegno della borsa sulle sue magliette, ma l’idea
di “annacquare” un’immagine così potente ha finito per farla desistere: “Ho
pensato – ha raccontato – che come artista ero libera di fare arte come volevo,
si tratta di una caricatura. Se fossi stata una stilista di borse e avessi
copiato il design di Vuitton, allora avrei capito il problema. Ma nel mio caso
ritengo di avere la libertà artistica di rappresentare le caricature che
voglio”. Dopo qualche minuto di comprensibile panico, una volta appresa la
notizia della causa legale intentata nei suoi confronti, Nadia non si è persa
d’animo: “Sono andata avanti perché avevo lavorato davvero duramente per questa
campagna. Stava appena partendo quando Vuitton mi ha contattato. Voglio
continuare, e ho capito che l’unica soluzione era trovare un avvocato e
contattare i media disposti a raccontare la mia storia”. Il caso non ha mancato
di suscitare l’attenzione della stampa, ma anche della televisione e del web,
con grande sorpresa della ragazza, che ha ammesso soddisfatta: “Credo che la
causa abbia dato alla mia campagna più attenzione di quanta ne avrei potuta
ottenere altrimenti”. Alla vigilia del suo viaggio a Parigi, la designer è
nervosa ma anche curiosa di ascoltare la replica della multinazionale francese.
Ciò che in ogni caso conta per lei non è ingaggiare una dura battaglia, ma
trovare un accordo per poter proseguire nella sua iniziativa. Quanto alle
eventuali spese legali, la giovane studentessa – che ha solo 26 anni – è
speranzosa: sta raccogliendo fondi attraverso il suo sito internet
(www.nadiaplesner.com) e ha ricevuto diverse mail di persone che si sono dette
disposte ad aiutarla. E siccome Nadia è attualmente alle prese con i suoi studi
di regia, non è da escludere che questa storia possa presto trasformarsi in un
film: “Mi ha contattato un ragazzo svedese per propormi di realizzare un
documentario su questa storia, ma non ne sono sicura – ha rimarcato la ragazza
– perché se accetto voglio che sia un documentario sul Darfur, non su di me e
sulla mia battaglia: non aiuterebbe granché la mia campagna. Non è mai stata
mia intenzione finire sotto i riflettori”.

(A. Sc. – Dpo)

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