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MADE IN ITALY E IIC: L’INTERVENTO DI NARDUCCI SUL SOLE 24 ORE

it@withub.it by it@withub.it
26 Giugno 2008
in Protagonisti
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Roma, 26 giu – L’immagine dell’Italia è stata messa a dura
prova nelle ultime settimane. E’ allora necessario risollevare questa
“immagine” del brand Italia mettendo in campo strategie complesse,
sicuramente non unidirezionali, giacché nell’epoca della globalizzazione
abbiamo sperimentato (spesso preceduti da altri Paesi) che il nostro patrimonio
culturale e artistico si coniuga egregiamente con la promozione del nostro
sistema economico e produttivo. Ma chi ha il compito di progettare e attivare
le strategie giuste in un siffatto scenario? Al sono stati chiamati in causa
gli Istituti Italiani di Cultura, esprimendo una critica minuziosa, dalla quale
dissento ritenendola ingiusta e soprattutto non corrispondente alla realtà dei
fatti” . Franco Narducci, deputato del Pd e vicepresidente della III
Commissione Affari Esteri della Camera, parla del Made in Italy e degli
Istituti di cultura su un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore. “La
promozione dell’immagine dei prodotti italiani all’estero, così come
l’organizzazione delle iniziative di promozione commerciale, è missione propria
degli Istituti di Commercio Estero e delle Camere di Commercio italiane
all’estero. Se questi hanno bisogno di essere “riorientati” per
ottenere migliori performance  è su di
essi che bisogna intervenire, evitando le analisi sommarie”. Narducci
scrive che “oltre al made in Italy “light”, cioè la moda, il design,
i film, che sono certamente prodotti di esportazione, ma che vengono sempre più
fabbricati lontano dall’Italia, e la cui competitività nel medio periodo non è
sostenibile, bisognerebbe tornare a valorizzare anche il made in Italy
“heavy”, basato sulla conoscenza, sulla cultura scientifica, sulla
tecnologia. Non dimentichiamo che il “marchio” Italia comprende anche
Natta e i polimeri, Marconi e la radio, la Rai e i suoi programmi di anni fa, e
così via…”. In questo senso gli Istituti Italiani di Cultura “spetta il
compito di diffondere la conoscenza della lingua e della cultura italiana,
anche in contatto con le imprese che vendono prodotti culturali; ma il mondo è
cambiato, chiunque può andare su Internet e documentarsi, occorre concentrarsi
su percorsi e strategie diverse. Gli IIC oltre ad essere “diffusori”
di cultura devono essere anche “broadcaster” di cultura, sfruttando i
mezzi tecnologici di oggi, e “concentratori” di cultura, organizzando
anche contatti tra i nostri scienziati e il Paese ospitante, in modo da poter
“drenare” cultura scientifica e tecnologica dall’estero verso
l’Italia. Su questo versante occorre sottolineare che molto è stato fatto, e
Viale non può ignorarlo: abbiamo una rete primaria di 90 Istituti di Cultura
operante in 60 Paesi, ma abbiamo anche una rete secondaria di attività svolte
da Ambasciate e Consolati che con pochi mezzi copre vaste aree geografiche come
l’Asia e la zona del Golfo Persico, con il ricorso ai moderni mezzi di
diffusione”. “Dobbiamo tuttavia sgombrare il campo da due belle
illusioni: che si possano ridurre i costi, e che sia possibile migliorare il
“brand” Italia, senza migliorare il “prodotto” – conclude
l’articolo Narducci –  L’Istituto
Cervantes spagnolo ha un finanziamento di 70 milioni di Euro annui contro i 21
dei nostri Istituti. Pur tra indubbie difficoltà, gli IIC costituiscono un punto
di riferimento reale e concreto per la diffusione della nostra cultura
umanistica e scientifica, come ben sa chi vive all’estero, e ad essi molto deve
la promozione dell’Italia nel mondo. Sono tanti i Direttori di Istituto che a
risorse limitate fanno corrispondere risultati eccellenti. Si abbia allora il
coraggio di ammettere che il peggioramento del brand corrisponde ad un
peggioramento del Paese reale, e si riparta da lì, ben consci che una riforma è
buona se riesce a interpretare le esigenze reali che il Sistema richiede in un
quadro definito di politica estera del nostro Paese. La diplomazia culturale
deve allora riacquistare il ruolo primario che le spetta e deve riuscire a
veicolare quei messaggi e quei valori propri della tradizione culturale
italiana”.

(Sis)

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