Bologna, 23 lug – E’ conosciuto come archeologo atlantologo, con una passione per i territori mitici poco indagati, che gli viene dall’esame attento di uno dei misteri del Brasile preistorico: la “pedra do Ingá”, un monolite lungo 24 metri per 3 di altezza, che si trova nello Stato del Paraíba, completamente ricoperto di “petroglifi”, la cui datazione ipotetica li colloca tra il 6000 e il 1000 a.C. La tesi di Gabriele Baraldi, espressa nel libro “Os Hititas Americanos” (São Paulo, 1997), è che i geroglifici della pedra do Ingá sarebbero opera degli Ittiti, la popolazione che si insediò in Anatolia, l’attuale Turchia, intorno al 2000 a. C. e che si espanse poi in Mesopotamia arrivando, intorno al 1595 a. C., a conquistare la stessa Babilonia. Questa convinzione, che apparirebbe azzardata, Gabriele Baraldi la deriva dal confronto tra l’antico idioma Tupi-Guarani, parlato dalle popolazioni indigene brasiliane all’arivo dei portoghesi, e la scrittura geroglifica e proto-ittita. Ebbene, si tratterebbe dello stesso linguaggio. Il Tupi, sostiene Baraldi, è un idioma chiave, primigenio e universale, che può essere usato per tradurre una lunga serie di scritture sconosciute. Ed è lo stesso del proto-ittita, la lingua che si parlava nella scomparsa Atlantide, quasi 50 mila anni fa. Baraldi è convinto che le iscrizioni contenute nei lati A e B del famoso Disco di Phaestos, scoperto a Creta nel 1908, siano simili a quelle del monolito di Ingá, così come queste assomigliano ai geroglifici ittiti. Queste iscrizioni ci parlerebbero di una “guerra di frontiera” tra due sovrani della Mesopotamia, e un’altra di una terribile eruzione vulcanica che ha coperto di cenere una città di pietra sulla costa Atlantica. Questo passaggio, in effetti, è difficile da capire.
(Cat)