Milano, 8 ott – Scrivere per raccontare, liberarsi, capire, condividere. Uno o forse tutti tra questi motivi hanno spinto molti emigrati negli anni a consegnare le proprie storie ad un libro. Fin dalla prima emigrazione verso le Americhe, tra Otto e Novecento, e quella del secondo dopoguerra verso l’Europa centrosettentrionale, il Canada e l’Australia c’è stata una fitta produzione di scritture, in lingua italiana. La letteratura dell’emigrazione italiana ha dovuto convivere con le altre lingue con le quali i singoli e le comunità si sono trovati a interagire. Il percorso di questo fenomeno è sempre stato accompagnato dalla difficoltà nel riconoscere uno o più capolavori in lingua italiana legati all’emigrazione. La cultura degli italiani all’estero è sempre stata una cultura dell’identità. “Tra gli esponenti di questo fenomeno, due italoamericani di spicco della prima ora, Bernardino Ciambelli e Italo Stanco. Seguiti negli anni da Cesare Crespi, Corrado Altavilla, e ancora il newyorkese Mike Fiaschetti. Gli italiani fuori della patria hanno poi trovato un campo d’interesse anche nella poesia che ha toccato il vertice con le produzioni del newyorchese bilingue Arturo Giovannitti (1884-1959). Tra gli autori che oggi danno voce al problematico incontro e rapporto fra le varie generazioni, e che hanno saputo attraversare l’esperienza dell’emigrazione con una scaltrita padronanza di tutte le lingue e i registri della tradizione, va senza dubbio annoverato Joseph Tusiani, poeta, autore di un’ampia e commossa trilogia autobiografica, saggista, traduttore finissimo, e scrittore perlomeno quadrilingue (italiano, inglese, dialetto, latino). (SEGUE)