Roma, 25 feb – L’inchiesta sul riciclaggio che ha portato la Procura di Roma all’iscrizione sul registro di una ottantina di persone, e che vede coinvolto tra gli altri il senatore eletto all’estero Nicola Paolo Di Girolamo, potrebbe essere secondo Carlo Giovanardi l’occasione per “abrogare quelle norme che prevedono l’elezione di deputati e senatori all’estero”. Ma la proposta su quella che per il sottosegretario non è che “un sogno dell’onorevole Tremaglia, condiviso a suo tempo dal Parlamento, che si è trasformato in un incubo per l’evidente impossibilità di gestire correttamente le circoscrizioni estere, sparse in tutto il mondo”, viene immediatamente criticata in modo bipartisan dai responsabili delle sezioni estere del Partito democratico e del Popolo delle libertà. Eugenio Marino, da poco nominato responsabile del Pd per gli italiani all’estero, spiega che “Giovanardi anziché attaccare le cause del problema attacca i sintomi. Il vero problema è l’esistenza della ‘ndrangheta e abolendo la Circoscrizione Estero non si abolisce certo la criminalità organizzata”. Marino ammette che il voto all’estero “va migliorato e reso più sicuro” eppure spiega che “abrogare il voto significa lavorare sui sintomi del male, e non sul male stesso. E la malattia dell’Italia e in questo caso degli italiani all’estero è la ndrangheta. Giovanardi però, come al solito, sceglie sempre la strada più semplice e meno faticosa anziché aggredire i problemi”. E anche il suo collega del Pdl nel mondo, Aldo Di Biagio, la pensa allo stesso modo: se è giustificabile “uno sguardo critico da parte dei media sulla legge Tremaglia”, non si può però cadere nella trappola di criminalizzare gli italiani all’estero che già vessati da problemi atavici e da scarse considerazioni da parte del Paese si ritrovano ancora una volta sotto i riflettori di un caso mediatico”. Per Di Biagio “sembrerebbe che la causa di tutti i mali stia proprio nel diritto al voto riconosciuto ai nostri connazionali. Niente di più assurdo. Non riesco ad accettare che si faccia degli italiani all’estero tutta erba un fascio. Stanno gettando le nostre comunità all’estero ancora una volta nel tritacarne mediatico, come capro espiatorio di una criticità vasta, tentacolare e terribile come gli scandali che stanno emergendo in queste ore, e trovo questo poco rispettoso e quasi infamante”. Il responsabile del Pdl nel mondo invita a non dimenticare che a fronte del diritto di voto, gli italiani all’estero hanno anche molti doveri: per esempio pagano anche le tasse nel nostro Paese e molti di loro lavorano per l’Italia. Il voto all’estero è stata una conquista valoriale e democratica che ha visto uniti referenti politici di ogni schieramento in un unico grande progetto – conclude – un progetto che non si può pensare di estirpare per la colpa di qualcuno o per la superficialità di qualcun altro”.
E Guglielmo Picchi, anche lui eletto all’estero per il Pdl, ricorda che “tutti i paesi occidentali permettono ai propri cittadini all’estero di esercitare il diritto di voto, lo fanno gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, l’Austria tra gli altri. L’Italia ha permesso questo solo dal 2006. Le frodi che ci sono state sono da condannare duramente ma non è il voto estero che va abolito che è sacrosanto, sono le procedure farraginose che lo regolano”. Per Picchi basterebbe semplicemente l’introduzione del voto elettronico “con seggi nei consolati, che permetterebbe di garantire la partecipazione al voto, la segretezza e la correttezza”: una proposta che il deputato ha lanciato proprio online, tramite facebook, e che in pochi minuti aveva già innescato un dibattito tra gli italiani all’estero. Insomma, “questa è la linea da seguire non l’abolizione del diritto di voto a 4 milioni di connazionali per due terzi nati in Italia e collegatissimi e informatissimi al nostro paese”. Lo stesso Tremaglia, padre nel 2001 della legge istitutiva del voto all’estero ed ex ministro degli italiani nel mondo, ha espresso una posizione molto netta sul caso Di Girolamo, invitando in questi giorni a trattare il senatore secondo la legge senza generalizzazioni e invitando il Senato ad esaminare la situazione: “L’importante – il senso delle parole di Tremaglia – è la credibilità del voto per gli italiani all’estero”. E l’inchiesta di questi giorni sembra in effetti aver rimesso in moto anche le verifiche sulla regolarità dell’elezione del senatore. Oggi il presidente del Senato Renato Schifani ha scritto al presidente per la giunta e le immunità parlamentari Marco Follini chiedendo, alla luce dei contenuti della nuova richiesta d’arresto, di riprendere le verifiche: la Giunta per le elezioni affrontò già in passato la questione, chiedendo all’Aula di votare per la decadenza di Di Girolamo, ma l’Assemblea del Senato, nella seduta del 29 gennaio dell’anno scorso, decise di congelare la questione in attesa della sentenza della magistratura. E mercoledì in aula a Palazzo Madama si parlerà proprio dell’affaire Di Girolamo.