Nell’ultimo triennio i paesi emergenti asiatici hanno conquistato 8,9 punti percentuali e sono saliti al29,7% sul valore della produzione industriale mondiale. La sola Cina è al 21,7% (+7,6 punti) ed è ora saldamente prima. L’India ha guadagnato quattro posizioni nella graduatoria dei primi venti produttori globali ed è quinta; simili progressi sono stati ottenuti da altre economie dell’area, verso la quale si è spostato il baricentro della manifattura mondiale. Con l’unica eccezione del Giappone, tutti i paesi di più antica industrializzazione hanno registrato importanti arretramenti. L’Italia è scesa dal 4,5% al 3,4%, dal 5° al 7° posto nel Mondo; resta seconda in Europa dietro la Germania.Il Paese rimane ad alta vocazione industriale, ma spicca per la flessione dell’attività registrata nell’ultimo triennio (-17,0% cumulato), doppia o tripla di quelle dei maggiori concorrenti (peggio ha fatto solo la Spagna). Sono questi i dati, tutt’altro che positivi per il nostro Paese, contenuti nel rapporto di giugno del Centro Studi di Confindustria sugli scenari industriali.
Non pare esserci piena coscienza nel Paese – spiega il Centro Studi – del ruolo cruciale giocato dalle attività manifatturiere nel generare reddito e occupazione, nell’essere il principale motore della crescita dell’intera economia. Ruolo che va ben al di là del suo peso diretto sul valore aggiunto totale. Da lì originano i guadagni di produttività di tutto il sistema, grazie alle innovazioni incorporate nei beni utilizzati dagli altri settori. Lì si creano posti di lavoro qualificati e meglio remunerati. Lì si effettua la maggior parte della ricerca. Da lì proviene il 78% degli incassi ottenuti dalle esportazioni che servono a finanziare le importazioni di beni e servizi. (Red / 9 giu)