Sempre più aziende fanno ricorso all’utilizzo dei contratti di lavoro part-time (+11% dal 2007 al 2010, dati Istat) ma per molti dipendenti italiani, il 49% del campione, quella che un tempo era un’opportunità conquistata con grandi sforzi dai lavoratori, si sta sempre più trasformando in una tipologia contrattuale dettata dalle esigenze del mercato del lavoro che finisce per penalizzare soprattutto donne e giovani. Sono questi alcuni degli aspetti che emergono dalla terza edizione del Work Monitor Randstad relativo all’andamento del lavoro nel terzo trimestre 2011 in 29 nazioni e che, in concomitanza della crisi del mercato, ha deciso di osservare, in particolare, due macro aspetti: il ricorso delle aziende al part-time e le implicazioni in termini di pari opportunità. Dall’analisi Randstad emerge che la dimensione del lavoro part-time è cresciuta ma, soprattutto negli ultimi anni, sono cambiate le motivazioni e le condizioni di accesso dei lavoratori italiani a questa tipologia contrattuale. Il rilevante l’incremento di coloro che hanno accettato il tempo ridotto in assenza di alternative è così rilevante che porta a concludere che il part-time si sta trasformando in una condizione dettata essenzialmente dalla congiuntura del mercato del lavoro. In particolare, se in Italia è il 49% degli intervistati a confermarlo, a livello globale sono più gli uomini a pensarlo (51% vs 42% delle donne) con punte massime in paesi come la Grecia (69% degli intervistati). E mentre in Italia, Belgio, Lussemburgo, Danimarca e Svezia più del 50% del campione concorda con l’idea che il “tempo parziale” sia un freno alla carriera, in Turchia, Giappone e Repubblica Ceca è solo un terzo, o meno, degli intervistati a pensarla così. Ne deriva dunque che, almeno per l’Italia, dove l’incidenza dei contratti part-time a livello nazionale al 2010 era del 15%, esiste una penalizzazione soprattutto per i più giovani, con il 24% di contratti part-time fra i 15-24enni, e per le donne con il 29% di contratti part-time.
(Red / 3 ott)