(3 apr) La “rivoluzione”, nel campo della solidarietà e della cooperazione, significa rompere definitivamente i ponti con i meccanismi di dipendenza generati dagli aiuti umanitari e mettere gli altri nelle condizioni di poter far da sé nell’immediato futuro, di camminare con le proprie gambe. Questo è l’approccio su cui si basa il progetto avviato da un paio d’anni dalla Provincia autonoma di Trento che si propone di formare i medici africani affinché possano operare in autonomia, curando patologie specifiche come l’idrocefalo o la spina bifida, grazie a un minimo input esterno e con un utilizzo molto modesto di risorse finanziarie: i corsi di formazione durano in genere una settimana. Quattro i paesi interessati finora: Zimbabwe, Etiopia, Ghana, Kenya. Nei giorni scorsi il responsabile dei corsi di formazione, il neurochirurgo trentino Michele Conti, è stato prima in Etiopia, presso l’ospedale di Wolisso, per verificare gli esiti dell’attività di formazione svolta circa 15 mesi fa, e poi in Kenya, all’ospedale camilliano di Tabaka, dove ha tenuto un corso di formazione ex-novo che ha coinvolto 6 medici locali. L’idrocefalia, ovvero accumulo di liquido cerebrale nella testa: una patologia che colpisce i neonati, principalmente a causa di infezioni contratte dalla madre durante la gravidanza e che può risultare mortale o comunque compromettere irrimediabilmente la salute del bambino, in particolare le sue funzioni cognitive. Curarla, anche in Africa, è possibile, con un intervento chirurgico della durata di poco più di mezz’ora, ed è anche relativamente poco costoso, specie se si acquistano gli strumenti sanitari in paesi come l’India (una delle conseguenze positive della globalizzazione): ma bisogna saperlo fare. (Roc)

