(29 gen) In Italia pressione fiscale (quella registrata dalle statistiche ufficiali) supererà quest’anno il 45% del Pil. In vetta alla classifica europea svetta la Svezia, con una pressione fiscale effettiva che sfiora il 55%, ma non per questo sono all’orizzonte proteste fiscali o scioperi antitasse. Il principio base secondo cui le tasse servono a finanziare i costi dei servizi e del welfare nell’Europa del nord è onorato da decenni. Non è da meno la Danimarca con una pressione fiscale pari al 50%, ed anche la Finlandia si avvicina a quel livello, ma appunto in cambio di un sistema che funziona. Anche in Francia il peso complessivo di tasse e contributi supera il 45% della ricchezza prodotta ogni anno. La Germania è attorno al 46 %, ma lo squilibrio si accresce a svantaggio dell’Italia se si esamina il complesso della tassazione sulle imprese, il cosiddetto “total tax rate”, che secondo la Banca Mondiale è attualmente al 68,5%, il livello più alto nell’Unione europea. La Francia si attesta al 65,8%, la Spagna al 56,5%, la Germania al 48,2%, mentre il paese con il minor peso fiscale in Europa, il Lussemburgo, è al 21,1 per cento. La media europea è del 44,2%, quella mondiale al 47,8 per cento. L’Italia vanta peraltro anche il primato del prelievo sul lavoro, che pesa per il 64 per cento.