LA “VERTIGINE” DI ERICA AROSIO E GIORGIO MAIMONE
Mentre il ricordo della guerra resta vivo tra la polvere delle macerie agli angoli delle strade, una nebbia perenne impregna di nero i palazzi, le palestre di boxe – dove i ragazzi bene fanno a pugni con gli esponenti della mala milanese – le bische di periferia e l’ippodromo, le passioni politiche salde su opposte barricate e il boom economico in arrivo. Un’inedita coppia di autori racconta la Milano che fu e rivisita il cosiddetto romanzo d’appendice, o feuilleton. “Vertigine” (Baldini & Castoldi, 505 pp., 15,90 euro) di Erica Arosio e Giorgio Maimone è ambientato nel febbraio 1958, in uno degli inverni più freddi del secolo, e ha come protagonista Greta Morandi, avvocato penalista e donna dalla doppia natura, perché spavalda in Tribunale ma spaventata in amore, affiancata dal suo assistente-investigatore Marlon, al secolo Mario Longoni, ex pugile, ex partigiano, proletario e comunista. L’arrivo in città di Tom Dubini, rampollo borghese e avventuriero di lungo corso, sconvolge la loro quotidianità. A seguito di una morte misteriosa, inizia così una partita a scacchi, con comprimari di lusso quali un’antiquaria con la passione per le perle scaramazze, una ragazza bella come Brigitte Bardot che vuole vendicare la morte dell’amante, un commissario che assomiglia a Pietro Germi e sa molto di più di quello che racconta, un siciliano che ha la capacità di presenziare senza che nessuno si accorga mai di lui. In una storia sospesa tra passato e presente, ricordi, sogni e incubi affiorano pagina dopo pagina. (Mfe)
LE LETTERE AL DUCE RACCOLTE DA ALBERTO VACCA
Durante il Ventennio gli italiani scrissero al Duce milioni fra lettere, telegrammi e cartoline. Migliaia di tali missive sono oggi custodite presso l’Archivio Centrale dello Stato, in un fondo che stranamente è stato poco o per nulla esplorato dagli storici. Eppure, considerando il loro carattere disinteressato, proprio tali lettere ci rivelano quanto sia stato pervasivo il mito e il culto del Duce in una parte del popolo italiano e come sia stato vissuto nel periodo 1930-1943. In “Duce! Tu sei un dio! Mussolini e il suo mito nelle lettere degli italiani” (Baldini & Castoldi, 298 pp., 16,90 euro), il prof. Alberto Vacca fa luce su contenuti, talvolta bizzarri, di missive destinate a Mussolini, tra l’ammiratore pronto a mettere a disposizione il suo naso qualora il Duce ne avesse avuto bisogno dopo un fallito attentato, i genitori che offrono il loro figlio appena nato come futuro braccio al suo servizio e i parroci che salutavano in lui il “difensore della civiltà romana e cristiana”. Frutto di una inedita ricerca d’archivio, questo libro, con la prefazione di Mario Avagliano, è una testimonianza di come eravamo e ci fa capire come e perché gli italiani hanno creduto a una delle più grandi illusioni del Novecento. (Mfe)
“CENTOCOLTELLATE” IN SCENA AL TRIBUNALE DI ROMA
Il 5 ottobre, alle 18.30, presso l’Aula Occorsio del Tribunale Penale di Roma sarà presentato il libro “Centocoltellate” (Curcio, 256 pp., 15,90 euro), scritto da Myriam Caroleo Grimaldi. Un evento multimediale, promosso in collaborazione con la Fondazione Biagio Agnes e sponsorizzato dal Gruppo Polidori e Blind Eye Factory, tra teatro, immagini e parole, che pone al centro dell’attenzione il dissidio atavico tra individuo e società narrato in un’opera avvincente e drammaticamente umana. Il romanzo racconta, infatti, di quattro uomini uccisi in una notte con cento coltellate, senza motivi apparenti. A essere accusata è una donna – Melissa – affascinante e seducente. A uno psichiatra sarà affidato il compito di studiare il confine tra follia e malvagità. A Daniela Vergara, giornalista Rai, spetta invece quello di presentare tale evento, in cui a parlare sarà Melissa, interpretata da Elda Alvigini (tra i volti più amati de “I Cesaroni”), una pluriomicida in attesa di giudizio, accompagnata da Enzo Provenzano, il suo dottore, per raccontare in prima persona il movente degli omicidi, le sue ragioni e farle vedere esattamente come lei stessa le ha vissute. (Mfe)
CECCANO CON GLI OCCHI DI ANTONIETTA TIBERIA
“I Racconti Del Ponte. Storia e storie di vita a Ceccano” (Progetto Cultura, 112 pp., 15 euro) di Antonietta Tiberia non è un testo di storia e non si pone l’obbligo di essere politicamente corretto, perché costruito su ricordi personali dell’autrice accatastati nel tempo tra i vari comparti della sua memoria, nonché con foto private. Si tratta, dunque, di una raccolta di racconti – di facile lettura, vita vera di persone semplici che la storia l’hanno subita e che sarebbero diventate “italiane” dieci anni dopo altre – al cui interno viene descritta la metamorfosi di un paese del Frusinate dalla fine del regno pontificio ai giorni nostri, attraverso la “voce narrante” di un ponte, che per centocinquant’anni è stato “il ponte” per antonomasia e adesso è stato “ridimensionato” dalla costruzione di altri due ponti, uno a monte e l’altro a valle. Nel paese di Ceccano sono, infatti, accadute molte cose importanti: la trasformazione del territorio da latifondo a piccola proprietà contadina prima e da agricolo a industrializzato poi; le leghe contadine; i bambini ciociari ospitati nel Nord Italia alla fine della seconda guerra mondiale; lo sciopero al saponificio Annunziata negli anni ’60, durato oltre un mese. Con queste testimonianze si è perciò voluta dare voce alla gente che, forse, non l’ha mai avuta. (Mfe)
“IL PAESE REALE” DI CRAINZ PRESENTATO A ROMA
Il 2 ottobre presso la sala multimediale alla Casa della memoria e della storia di Roma, alle 17.30, verrà presentato “Il Paese Reale” (Donzelli Editore, 396 pp., 29 euro), saggio di Guido Crainz, docente di Storia Contemporanea nella facoltà di Comunicazione dell’Università di Teramo, che si propone di indagare tra le pieghe della storia contemporanea tricolore, a partire, però, da alcune domande che oggi ci incalzano: perché l’anomala alleanza di centrodestra che si affermò inaspettatamente all’alba della seconda Repubblica riuscì a improntare largamente di sé l’intero ventennio successivo? Quali sono le ragioni della quasi ventennale stagione di Berlusconi? E che Italia ci lascia, quella stagione? Laddove la fine degli anni Settanta segna una svolta nella storia della Repubblica a seguito dell’emergere di trasformazioni colossali che riguardano l’economia e la cultura, il privato e il pubblico, la politica e la comunicazione, nella convulsa stagione degli anni ottanta si ripropongono, invece, quelle tendenze esasperate all’affermazione individuale, lo sprezzo delle regole, un atteggiamento predatorio nei confronti del bene pubblico che erano già apparsi negli anni del “miracolo”. Al tempo stesso giunge al punto estremo di crisi un sistema dei partiti sempre più portato a esaudire gli egoismi di ceto, pur di ottenere il consenso. Di qui un dilatarsi del debito pubblico fino a livelli intollerabili e anche il dilagare della corruzione politica che avrebbe portato al crollo della prima Repubblica e all’esplosione di Tangentopoli, influenzando, poi, negativamente la fase successiva. Per molti versi, dunque, i “lunghi” anni Ottanta si possono configurare come un luogo di incubazione del nostro presente. (Mfe)