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Da Verdi in poi, 100 anni di spartiti illustrati

it@withub.it by it@withub.it
11 Ottobre 2013
in Archivio speciali - Mostre
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 100 ANNI DI SPARTITI ILLUSTRATI
 
Cento anni di copertine di spartiti musicali, dal 1840 al 1940. Fino al 6 novembre, alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano la mostra “Giuseppe Verdi e i pittori della musica”, in occasione delle celebrazioni ufficiali del secondo centenario della nascita del compositore, presenta pezzi storici come L’Aida (nelle rarissima prima edizione illustrata da Giulio Ricordi), Falstaff, La Traviata, Il Trovatore, Rigoletto, Don Carlos, tutti illustrati da splendide litografie a colori. Reperiti anche spartiti di edizioni straniere, tra cui rari fogli provenienti dal Sud America, dagli Sati Uniti e dalla Russia. Gran parte della collezione riguarda la produzione di Giulio Ricordi che per primo si è avvalso dell’opera di affermati artisti per illustrare le splendide copertine delle sue edizioni che hanno fatto la storia della musica. Affiancano gli spartiti storici delle arie di Giuseppe Verdi, le opere di Bellini, Leoncavallo, Puccini, Rossini e molti altri importanti compositori. L’esposizione riguarda non solo l’opera lirica, ma anche tutte le altre tematiche musicali che, soprattutto nel Novecento, hanno raccolto consensi in tutto il mondo. Ecco così le accattivanti copertine di musica jazz o foxtrot realizzate dai maggiori artisti di oltreoceano come Ralf Armstrong, Antonio Vargas, Norman Rockwell, inoltre rari spartiti dei primi film animati di Walt Disney. Gli spartiti francesi sono numerosi e riccamente illustrati da artisti del calibro di Gustave Doré, Henri de Toulouse-Lautrec, Pierre Bonnard, Rene Magritte. Dalla Spagna arrivano due rarissimi spartiti di Pablo Picasso e Salvador Dalí. Dall’Inghilterra i preraffaelliti, che non hanno disdegnato di illustrare spartiti musicali. In particolar modo è stata molto importante l’opera di Waler Crane che ha illustrato numerosi spartiti e libri musicali. La Germania e l’Austria sono rappresentate dai rari lieder di Brahms e Wagner illustrati da Max Klinger e le operette illustrate da Paul Telemann, Wolfgang Ortmann e Otto Singer.   
(red)

KJARTANSSON: DALL’ISLANDA CON EMOZIONE

The Visitors, una delle più significative opere del 36enne artista islandese Ragnar Kjartansson, tra i più riconosciuti e premiati della sua generazione, è esposta fino al 17 novembre nei grandi spazi di HangarBicocca. L’installazione video, inedita in Italia, unisce musica, arte, cinema e performance e viene presentata a Milano grazie al contributo di Pirelli. Un’occasione unica per avvicinarsi a un importante progetto di arte contemporanea, già presentato a Zurigo, New York e Vienna dove ha suscitato un grande interesse per la capacità di coinvolgimento in un’esperienza emotiva, musicale e visiva unica nel suo genere. Ispirata nel titolo e nel tema all’omonimo e ultimo album del gruppo svedese Abba, The Visitors offre una riflessione intorno al tema della forza e della persistenza dei legami affettivi, della malinconia e del romanticismo tipici della cultura nordica da cui l’artista proviene. Composta dall’artista stesso per il poema “Feminine Ways” della poetessa ed ex moglie Asdís Sif Gunnarsdóttir, la colonna sonora alterna sonorità potenti e sommesse. L’opera è costituita da nove video in scala 1:1 in cui compaiono musicisti differenti, tutti amici di Kjiartansson (fra cui Kristín Anna e Gyoa Valtýsdóttir, sorelle fondatrici della band islandese dei Mùm, e Kjartan Sveinsson, tastierista fino al 2012 dei Sigur Rós). I musicisti cantano e suonano per più di un’ora, ciascuno con uno strumento diverso, la stessa melodia della canzone Feminine Ways. Le nove scene sono girate in alcune stanze della fatiscente dimora ottocentesca di Rokeby Farm, nell’Upstate New York. Le nove tracce audio e video, girate separatamente, vengono proiettate contemporaneamente su grandi schermi in un allestimento concepito ad hoc dall’artista e dai curatori che enfatizza gli elementi visivi e sonori dell’opera, mettendo il pubblico al centro di una performance corale e continua.
(red)
 
MOSTRE, MOCHETTI: L’ARTISTA DELLA LUCE
 
Una struttura tridimensionale di pigmento rosso, la cui forma viene variata e poi disegnata dalla rotazione di un raggio laser che, in un movimento verticale e ciclico al centro di essa, ne suggerisce ogni volta percezioni diverse. E’ Pozza Rossa, tra le opere rappresentative del percorso artistico del 73enne artista romano che viene presentata fino al 24 novembre a Roma, a Palazzo Sforza Cesarini, per la prima volta dalla sua apparizione nel 1988 alla Biennale di Venezia. Presentato anche un lavoro inedito, realizzato per l’occasione, appartenente alla serie delle Missioni: è la parabola di un V1, una “bomba volante” posizionata su un telaio disposto in verticale, con un filo di acciaio in tensione che ne disegna il tragitto. Nel cortile è poi installata l’opera Pendoli Laser (1996-2013) che dialoga con la classicità dello spazio e l’andamento prospettico del porticato. A dicembre verrà inaugurata una nuova mostra di Maurizio Mochetti nella sede milanese della Giacomo Guidi Arte Contemporanea. A partire dal 1962 l’interesse di Mochetti è orientato verso la luce intesa nella sua fisicità, come materia, senza alcun significato simbolico o mistico, ma non solo: macchine, aerei, armi e geometrie, costellano il suo immaginario d’artista. Nel 2009 Mochetti ha vinto il concorso internazionale MAXXI 2per100 per la realizzazione dell’opera “Linee rette di luce nell’Iperspazio curvilineo” collocata permanente nell’atrio del MAXXI di Roma.
 
MOSTRE, OPPENHEIM: UN VULCANO IN GALLERIA

Da Tear Drop Room del 1979, una metaforica stanza che contiene una gigantesca lacrima, sino a Volcano del 2006 dove un vulcano, con i fumi che sembrano salire dal pavimento, modifica l’ambiente dello spazio espositivo. Un’ampia selezione di sculture che coprono un arco temporale di quasi un trentennio ripercorrono, fino al 23 novembre al Museo Pecci Milano, la carriera dell’artista americano Dennis Oppenheim, scomparso nel 2011, tra i più importanti artisti del dopoguerra. Oppenheim si è distinto per essere stato artefice di alcune esperienze basilari come la Land Art, la Body Art, l’Arte Ambientale e la Public Art. L’ipotesi rigenerativa e la continua metamorfosi all’interno di un universo precario e instabile sono alla base di tutta l’indagine dell’artista americano. Le sue sono opere destabilizzanti che sfidano costantemente i limiti e sviluppano una nuova percezione dello spazio fisico e psicologico dando vita ad un’imprevedibile ibridazione in grado di anticipare persino le nuove frontiere della scienza e della medicina dove la sostituzione degli organi con le protesi appare sempre più frequente. Oppenheim sviluppa un universo molecolare dove si crea un dialogo rinnovato tra le forme artificiali e quelle naturali. Tutto, insomma, appare geneticamente modificato.  
(red)

MOSTRE, LA MUSICA CHE “VEDEVA” ZERI

La mostra “Musica da vedere”, fino al 29 novembre alla Fondazione Federico Zeri di Bologna, indaga, attraverso la straordinaria documentazione fotografica della Fototeca Zeri, il tema della rappresentazione della musica nei dipinti tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Settecento, con particolare attenzione al genere della natura morta. La mostra si articola in quattro sezioni: la scrittura musicale nei dipinti caravaggeschi (con fotografie di opere di Caravaggio, Paolini, Gramatica, Cavarozzi, Maestro della natura morta Acquavella); la natura morta di strumenti musicali in area lombarda (con i famosi “ritratti di strumenti” di Baschenis e Bettera); la rappresentazione della musica nell’ambito delle allegorie dei sensi (Brueghel, Linard, Baugin, Recco); la musica nelle vanitas (Stoskopff, Andriessen, Renard de Saint-André, Collier). La mostra è inoltre un’occasione per presentare il progetto di catalogazione della sezione Natura morta della Fototeca Zeri. Una raccolta di 14.000 fotografie che costituisce il più importante archivio fotografico al mondo dedicato a questo genere pittorico. L’obiettivo del progetto è di mettere a disposizione degli studiosi i materiali e le conoscenze di Federico Zeri attraverso la catalogazione e digitalizzazione delle fotografie e la costituzione di un database consultabile dal sito web della Fondazione.  
(red)

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