(18 feb) “Nel 1999 la Nato bombardò la Serbia e ci fu un esodo verso Macedonia e Albania. In Macedonia non c’era una presenza italiana e ci è stato chiesto se c’era la disponibilità di andare nei campi profughi e siamo partiti in sette-otto, un po’ sprovveduti. Al confine la polizia filo-serba ci ha tolto tutto quando dichiarammo che andavamo nei campi profughi albanesi, poi tramite l’ambasciata e l’Unhcr si è risolto tutto. Siamo stati quattro mesi ed è iniziata la collaborazione con l’Esercito. C’è una visione molto distorta in Italia del ruolo dei militari, ma in Macedonia il nostro è stato l’unico esercito che ha allestito i campi, ognuno da 25 mila persone, con la brigata Garibaldi. Il primo soccorso è arrivato non dall’Onu o dall’Unhcr, ma dai soldati italiani”. Comincia così la storia della Caritas Umbra e del suo presidente Massimo Mazzali, che dal 1999 si è trasferito prima in Macedonia, poi in Kosovo, a Slokucjane, per occuparsi di bambini rimasti senza una famiglia per colpa della guerra. “Con il ministero degli Esteri prima abbiamo portato in Italia le donne malate di tumore fino a 2-3 anni fa, con il Cimic (il nucleo di Cooperazione militare dello Stato Maggiore della Difesa, ndr) abbiamo fatto un vero progetto di evacuazione medica. Quattrocento bambini sono stati curati, di cui 200 nell’ospedale di Pisa tramite l’aeroporto di Gjakova, 250 profughi sono stati ospitati nelle parrocchie umbre. I bambini i primi tempi venivano da noi con le mine in mano. Nell’entrare nei villaggi ci siamo resi conto dei tanti bambini malati di tumore, li abbiamo portati a Pisa, e ora i malati di cuore a Verona. Tanti bambini sono stati operati qui al Perasan”. Poi finalmente la guerra è finita, racconta Mazzali, “e io pensavo di ritornare a casa, invece il vescovo ci ha chiesto di rimanere qui, siamo in affitto gratuito dal 1999 nella sede di Slokucjane, che dovremo lasciare tra due anni. L’Onu ci ha dato 20 ettari in affitto e un pezzo di terra privato a Lescok dove faremo formazione ai ragazzi di qua con la Croce Rossa Italiana e il Serafico di Assisi che si occupa di ragazzi portatori di handicap e in particolare non vedenti”. L’attività della Caritas Umbra procede tutt’oggi a pieno ritmo: “Ora abbiamo quaranta bambini, l’obiettivo è reinserirli in contesti familiari. Abbiamo accordi con il governo per tenere i minori orfani o allontanati per disagi mentali o galera dei genitori”. Il modo è la creazione di una cooperativa: “I ragazzi lavorano e si gestiscono da soli, vivono in case in affitto ma rimangono legati a noi. Fanno sia un lavoro retribuito che gratuito con i poveri (lavori in muratura, fisioterapia, lavoro nei campi, di officina meccanica, pasticceria italiana, prodotti da forno)”. (Sis)
