“La Sardegna senza sardi” è il titolo di due convegni che si sono svolti recentemente a Cagliari e Sassari, ma è soprattutto una prospettiva che gli studiosi prendono molto sul serio. Solo un paio di mesi fa sono state presentate nuove previsioni che segnalano – per l’intera isola – un possibile calo della popolazione di quasi il 20% tra il 2010 e il 2060.
Secondo il demografo Massimo Livi Bacci, la Sardegna non è però un caso eccezionale, perché il fenomeno riguarda tutte le regioni del Sud. Nei prossimi trent’anni diminuiranno del 6% i siciliani, dell’8% i campani, del 15% gli abitanti della Basilicata. Negli ultimi vent’ anni sono emigrati quasi tre milioni di meridionali, per lo più diplomati e laureati.
Come evitare che il declino demografico si traduca nel declino dell’intero sistema economico e sociale è una questione che la Sardegna condivide dunque con tutto il Mezzogiorno.
Il problema principale sono le poche nascite. Livi Bacci ritiene che per invertire la tendenza occorra valorizzare le donne dal punto di vista economico, inserendole pienamente nel mondo del lavoro, perché due fonti di reddito sono ormai indispensabili per consentire di mettere al mondo un figlio con una certa serenità. Servono anche investimenti in istruzione e un potenziamento dell’immigrazione di qualità.
Ma serve soprattutto, secondo lo Svimez, una politica industriale, anche assumendo quei rischi che il settore privato non è in grado di affrontare. Nel 2000 le regioni del Sud Italia e i Laender dell’ex Germania Orientale erano perfettamente appaiati dal punto di vista economico, con un pil pro capite di 15 mila euro. Oggi i tedeschi della ex Ddr sono avanti di 5 mila euro, 22 a 17. Nella Germania Est hanno investito, incoraggiate dallo Stato, grandi imprese dell’auto, della farmaceutica, dell’alimentare. Nel Sud italiano gli investimenti industriali sono crollati del 47% in cinque anni. In comune abbiamo ancora la moneta, finché dura. (25 feb)