Il 18 dicembre scorso, a Teheran, la stessa sala in cui Ahmadinejad aveva organizzato sette anni prima il tragico convegno sulla negazione della Shoah, ospitò una conferenza di Massimo D’Alema, presidente della Fondazione europea per gli studi progressisti e in quella veste invitato dal ministero degli esteri iraniano a parlare di Europa e Medio Oriente. Giunto al capitolo Palestina, D’Alema spiegò che era indispensabile comprendere anche il punto di vista di Israele e aggiunse che per risolvere il conflitto era necessario salvaguardare il carattere ebraico dello Stato israeliano. Queste affermazioni provocarono sconcerto e innescarono una vivace discussione, di cui in Italia furono informati solo i pochi cultori della materia mediorientale.
Oggi è interessante rileggere quel discorso di D’Alema anche alla luce dei primi, timidi segnali di disgelo nei rapporti tra i due stati arcinemici. Il discorso si trova nell’appendice del pamphlet intitolato “Non solo euro” (Rubettino), manifesto di uno dei pochi leader italiani interessati alla politica estera.
D’Alema, personalmente, fa parte da tempo del partito socialista europeo e lì – ha detto – è in trepidante attesa di essere raggiunto dal partito democratico. Renzi l’ha promesso, nessuno ha protestato, e gli elettori finalmente sanno dove andranno a sedersi gli eurodeputati del centrosinistra.
Agli elettori D’Alema propone in 100 pagine anche un’idea di Europa diversa da quella corrente. Pensa che l’euro da solo non basti e che sia sbagliato invocare più Europa quando quella che conosciamo è per molti aspetti impresentabile. Dice che lo politiche anticrisi sono fallite e che nel vecchio continente la demonizzazione del ruolo dello Stato ha toccato livelli di autolesionismo che non hanno eguali in nessuna parte del mondo. Si capisce che D’Alema vuol giocare fuori casa la prossima partita e che la campagna elettorale per le europee di maggio lo vedrà protagonista. (27 feb)