New York – La predisposizione genetica è centrale nell’insorgere di forme gravi di fegato grasso, una delle complicanze più diffuse dell’obesità. Lo dimostra, per la prima volta in campo pediatrico, uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Bambino Gesù e pubblicato sulla rivista americana Genes & Nutrition. L’obesità è uno dei principali problemi mondiali sia nei bambini che negli adolescenti. L’aumento del numero dei bambini con sovrappeso e obesità nei Paesi industrializzati ha portato al parallelo aumento di casi di fegato grasso o steatosi epatica non alcolica (Nafld). Negli ultimi vent’anni infatti la steatosi ha raggiunto proporzioni epidemiche anche tra i più piccoli diventando la patologia cronica del fegato di più frequente riscontro nel mondo occidentale. In Italia si stima che ne sia affetto circa il 15% dei bambini, ma si arriva fino all’ 80% tra i bambini obesi. Le caratteristiche di questa diffusa patologia vanno dall’ accumulo di grasso in quantità superiore al 5% del fegato (steatosi epatica semplice) a forme più severe (steatoepatite non alcolica) che possono progredire sin dall’ adolescenza verso la cirrosi epatica. Così come gli adulti, anche i bambini affetti da steatosi epatica non alcolica possono presentare danni metabolici caratterizzati da aumento della circonferenza addominale, ipertensione, insulino-resistenza, ipercolesterolemia, tutte condizioni che aumentano il rischio di sviluppare diabete mellito di tipo 2, sindrome metabolica o malattie cardiovascolari e che ne riducono le aspettative di vita come mai successo da prima del dopoguerra ad oggi. Lo studio del Bambino Gesù è stato condotto su un gruppo di 200 bambini e adolescenti italiani (10-13 anni, 113 femmine) con fegato grasso seguiti presso l’ ospedale tra gennaio e giugno 2013. Forme leggere, medie e gravi di fegato grasso erano presenti, rispettivamente, in 60 pazienti (30%), 87 (44%) e 51 (26%). (9Colonne)