Secondo i liberisti duri e puri l’ultima frontiera dello scontro tra la modernità dell’innovazione e il medioevo dei diritti acquisti è l’apertura festiva dei negozi. Chi la propugna sarebbe un progressista, chi vi si oppone un conservatore. L’opinione pubblica, secondo i sondaggi, è divisa più o meno a metà.
Il 25 aprile la polemica si è rinnovata in quasi tutte le città italiane, da Roma a Milano, da Udine a Ravenna, da Cagliari a Bari dove è capitato che i commessi invitassero i clienti a rinviare gli acquisti al giorno dopo. La stessa cosa accadrà il Primo Maggio.
I sindacati affermano che la totale liberalizzazione delle aperture domenicali e festive nel commercio introdotte nel 2012 dal governo Monti non ha prodotto risultati positivi né per quanto riguarda l’occupazione né per quanto riguarda i consumi, ma ha contribuito in compenso a complicare – e di molto – la vita di chi lavora nel commercio.
I piccoli negozi in genere non possono approfittare dell’opportunità concessa dalla legge e la competizione del “sempre aperto” interessa quasi esclusivamente i grandi centri commerciali, che così diventano anche luoghi di ritrovo e passatempo, in diretta concorrenza con i centri storici che la domenica si vanno invece desertificando.
La settimana scorsa anche il governo francese ha deciso di rivedere le nome che vietano l’apertura domenicale, privilegio attualmente riservato ai soli negozi di bricolage. I sindacati hanno protestato e l’opinione pubblica si è divisa, proprio come in Italia.
Nella postfazione al celebre saggio di Norberto Bobbio su destra e sinistra, Matteo Renzi ha scritto che oggi la vera differenza è quella tra conservazione e innovazione, o tra stagnazione e movimento.
A quale categoria appartenga il negozio aperto la domenica è però questione da chiarire.
