A forza di dire che studiare non serve e che è meglio un lavoro oggi che un pezzo di carta domani, siamo riusciti a conquistare l’ultimo posto nella classifica europea dei laureati.
Dieci anni fa l’Italia era quartultima, seguita da Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania. Oggi in una classifica di 32 paesi è scesa all’ultimo posto, con una quota di laureati del 22,4% contro il 23,1 della Macedonia, il 33,1 della Germania, il 40,5 della Polonia, il 44 della Francia, il 51 della Lituania e il 52,6 dell’Irlanda. Parliamo della fascia d’età compresa tra i 30 e i 34 anni, e di un primato negativo che non verrebbe messo in discussione nemmeno dall’ingresso nell’Unione della Turchia, perché anch’essa è in procinto di sorpassare l’Italia.
La situazione non cambia se si considerano gli impegni presi per il 2020 da ogni nazione europea: quello dell’Italia è mantenere l’ultima posizione e aggravare il distacco, dato che il suo obbiettivo – cioè 26-27% di laureati – è il più modesto di tutta l’Unione.
Su questi dati ha lanciato da tempo l’allarme il blog Roars.it, network di giovani scienziati convinti che l’università e la ricerca pubblica siano un elemento imprescindibile per la vitalità economica, civile e culturale del Paese.
La pessima performance italiana è coerente con una politica che dal 2008 a oggi ha tagliato quasi il 10% della spesa per l’università, mentre le stime parlano di un dimezzamento dei professori ordinari e di un taglio del 27% degli associati da qui al 2018. Questo in totale controtendenza rispetto al resto d’Europa, dove lo studio è considerato un investimento e non uno spreco.
(27 mag)