In Italia ci sono 7472 società partecipate da comuni, province e regioni. L’80 dei comuni italiani può vantare almeno una società partecipata. Ma poiché ben 2379 società non hanno fornito informazioni contabili sul bilancio 2012 e altre sono in via di liquidazione, ieri mattina la Corte dei Conti ha potuto fornire le sue informazioni solo sulle restanti 4.264 aziende. In quelle partecipate dal pubblico al 100% le perdite d’esercizio superano di gran lunga gli utili, mentre nelle società miste pubblico-privato le cose vanno meglio: ci sono utili per 2 miliardi e 200 milioni contro perdite per 1 miliardo e 200. Ma non dappertutto: in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Molise, Abruzzo e Umbria le perdite superano gli utili anche nelle società miste. Ci sono società che forniscono beni e servizi, altre che servono soprattutto a garantire l’occupazione. In Calabria il costo del personale incide sul valore della produzione per il 48%, nelle Marche per il 17. Ma quando le aziende sono controllate al 100% dal pubblico, il costo del lavoro può superare abbondantemente la soglia del 50% o può avvicinarvisi molto, come accade nel Sud e anche in Liguria. Pudicamente la Corte dei Conti riassume il tutto con l’osservazione che “gli organismi a totale partecipazione pubblica sono caratterizzati da una prevalenza del fattore produttivo umano rispetto all’apporto tecnologico”. Un altro dato decisamente anomalo è riassunto in queste poche cifre finali: alle società partecipate sono stati affidati in un anno 24.578 servizi, mentre le gare a cui è stata ammessa un’impresa terza sono state in tutto 31. Questo a proposito di mercato e libera concorrenza.
(11 giu)