Poiché le periferie sono il luogo in cui vive la stragrande maggioranza degli abitanti delle nostre città, Renzo Piano è convinto che esse debbano diventare più belle e meno fragili, nobilitate da luoghi d’incontro e spazi verdi, fecondate da un insieme di funzioni che le renda allegre e aperte alla vita.
Per questo Piano ha ingaggiato sei giovani architetti e li ha incaricati di elaborare idee e progetti per le disastrate periferie delle città italiane. I sei – tre uomini e tre donne – sono stati selezionati in una rosa di 600 candidati che avevano risposto a un bando apparso su Internet. Piano finanzia i loro contratti con il suo stipendio da senatore a vita e ogni tanto li convoca nel suo studio a palazzo Giustiniani. Si chiamano Michele Bondanelli, Eloisa Susanna, Roberto Giuliano Corbia, Roberta Pastore, Federica Ravazzi e Francesco Lorenzi. Il più giovane ha 29 anni, il più esperto 38. (Piano ne aveva 33 quando progettò il Beaubourg). Vengono da Alghero, Cosenza, Ferrara, Alessandria, Roma e Salerno, sono laureati in Italia e hanno quasi tutti alle spalle master ed esperienze professionali all’estero. Dove alcuni di loro sarebbero rimasti se Piano non li avesse chiamati.
Ora formano una squadra che si chiama G124 (dal numero della stanza del senatore a Palazzo Giustiniani) e hanno un anno di tempo per presentare le loro proposte. Si occuperanno di adeguamento energetico, restauro degli edifici, trasporto pubblico, piazze, mercati e strade ma anche di auditorium e musei. Lavoreranno con tre tutor – l’ingegnere Maurizio Milan e gli architetti Mario Cucinella e Massimo Alvisi – in un team che comprende anche il sociologo Mario Abis e lo psicologo Paolo Crepet. Dice Piano che questo è il suo modo di far politica. Anzi, di essere “diversamente politico”.
(3 lug)