Nel mese di luglio, dunque in piena recessione, gli italiani hanno affidato all’industria del risparmio gestito oltre 15 miliardi euro. Negli scrigni delle società di gestione dall’inizio dell’anno sono entrati complessivamente 75 miliardi. Il patrimonio investito in fondi e in altri strumenti analoghi ha dunque toccato quota 1.480 miliardi, nuovo record storico.
Sembrano numeri di un paese in ottime condizioni di salute, con capacità di risparmio e forte propensione all’investimento ma come sappiamo non sempre i numeri raccontano la verità.
In realtà molti dei soldi che stanno finendo nei fondi non sono nuovi risparmi, ma sono denari disinvestiti perché fruttavano poco e ricollocati sperando in maggiori rendimenti.
Più veritieri sembrano altri numeri, come quelli che documentano i costi provocati dalle politiche che hanno trasformato l’austerità in un’ideologia. Gli ultimi dati sono particolarmente credibili perché li ha forniti da Mario Draghi, quando al forum dei banchieri centrali, in agosto, ha mostrato un grafico che spiegava come la crisi avesse colpito soprattutto i lavoratori con scarsa istruzione, i più deboli e presumibilmente i più poveri, acuendo – in tutta Europa – la disuguaglianza sociale. Ed è dimostrato che alti livelli di disuguaglianza sono associati ad aumenti del crimine, condizioni di salute peggiori e risultati scolastici più bassi.
Questa consapevolezza si va diffondendo anche tra le elites. Un gruppo di economisti guidato da Gustavo Piga ha promosso un referendum per abrogare un’applicazione particolarmente “ottusa” del fiscal compact e quindi del principio di equilibrio dei bilanci. I promotori del referendum anti-austerità stanno raccogliendo le firme e oggi si sono dati appuntamento a Roma, per un manifestazione nella piazza del Pantheon. (10 set)