Il Bisagno, il fiumiciattolo che attraversa Genova e nell’ultimo tratto corre interrato, è straripato nel 1948, nel 1954, nel 1970, nel 1992, nel 2011 e nel 2014. Nel 1970 si contarono 44 morti, e il Bisagno diventò quella “tonnara di passanti” evocata da De Andrè nella canzone “Dolcenera”. Perché il Bisagno periodicamente esce dagli argini lo ha spiegato con chiarezza Giuseppe Salvaggiulo sulla Stampa: quando piove molto, l’acqua che entra nel tubo è più di quella che esce. A un certo punto, inevitabilmente, un’onda di riflusso esplode e allaga la città.
Per dare sfogo al torrente, negli anni 70 un insigne docente di idraulica, Enrico Marchi, progettò il canale scolmatore: 8 chilometri interrati, portata di 1250 metri cubi al secondo. Costava 125 miliardi di lire e non se ne fece niente.
Oggi i costi sono aumentati. Eppure lo scolmatore che potrebbe salvare Genova continua a costare meno di un paio di cacciabombardieri, del monte stipendi di una grande squadra di calcio, di 4 chilometri di metropolitana milanese, di un chilometro di gronda autostradale, di 2 dei 235 chilometri del treno ad alta velocità tra Torino e Lione, di non si sa quanti progetti di compensazione che rendono onerosa la realizzazione di ogni infrastruttura in Italia. E costerebbe meno dei danni causati dalla sola alluvione del 2011. I conti li ha fatti Renzo Rosso, professore di ingegneria idraulica al Politecnico di Milano che al fiume inquieto di Genova ha dedicato un libro – “Bisagno, il fiume nascosto”, editore Marsilio – che racconta il malgoverno dell’acqua e della difesa del suolo in Italia.
Il problema resta quello indicato da Enrico Pedemonte nella prefazione: gli orizzonti temporali di una classe politica che non vede oltre le prossime elezioni sono inconciliabili con i tempi del territorio, che invece richiedono vista lunga e un’etica fuori moda. (14 ott)