Chi studia vive più a lungo, guadagna di più e ha un’ esistenza più felice o quantomeno più consapevole. Da qualche anno Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, usa tutti questi argomenti – e di ciascuno porta la dimostrazione – per convincere la politica che un Paese che non investe nell’istruzione si condanna al declino. Che istruirsi convenga dovrebbe essere ormai pacifico. Secondo Eurostat, a 25 anni la speranza di vita di un diplomato o laureato italiano è pari a circa 58 anni, contro i 53 di chi ha al massimo completato l’obbligo scolastico. Secondo l’Ocse, normalmente i laureati in Italia guadagnano il 50 per cento in più dei diplomati. Secondo tutte le statistiche internazionali, più aumenta l’istruzione più diminuisce la criminalità. Nonostante queste evidenze, in Italia l’investimento in conoscenza – cioè la spesa complessiva pubblica e privata in istruzione superiore, ricerca e software – corrisponde al 2,4 per cento del PIL, contro una media Ocse del 4,9. Il risultato è che solo il 54 per cento degli italiani adulti ha un diploma di scuola secondaria superiore, contro il 73 per cento della media Ocse. Mentre la quota dei laureati è inferiore al 15%, la metà di quella media degli altri paesi. Ma il dato più scoraggiante è che l’80 per cento degli italiani non dispone di competenze – di lettura e comprensione, logiche e analitiche – sufficienti a rispondere in modo adeguato alle moderne esigenze di vita e di lavoro. Dice Visco che un paese come il nostro, povero di risorse materiali e ormai in ritardo su diversi fronti, dovrebbe investire in “conoscenza” non come gli altri ma di più. Invece investe meno, sempre meno. (7 gen)