Solo gli addetti ai lavori e i cultori della materia hanno potuto apprezzare le numerose mutazioni delle legge elettorale chiamata Italicum, nata dal patto Renzi-Berlusconi, approvata il 12 marzo dalla Camera e ora approdata al Senato.
Era partita con un premio di maggioranza attribuito alle coalizioni e ora lo prevede per la lista. La soglia per accedere al premio era il 37% e ora è il 40. Per entrare in Parlamento, alle liste era chiesto di superare l’8 per cento, se candidate da sole. O il 4,5 per cento, se alleate. Adesso il disegno di legge prevede un’unica asticella: il 3% per tutti.
Sono modifiche non marginali ma sostanziali, che prefigurano tra l’altro un quadro politico più pluralista. Con le soglie d’accesso previste nella prima legge, nessun partito – anche di media grandezza e rappresentatività – avrebbe avuto la possibilità di correre da solo.
Ciò che invece c’era nella prima versione e c’è anche nella seconda, sia pure in versione ridotta, sono le liste bloccate, cioè gli eletti decisi dai partiti: l’Italicum bis che è all’esame del Senato prevede un capolista bloccato per ognuno dei cento collegi, e per i candidati restanti introduce le preferenze. Secondo Renzi questo significa che il 60% dei parlamentari sarà eletto con le preferenze. Secondo la minoranza del Pd non è così, perché il 60% sarà composto invece da nominati. Può darsi che abbiamo ragione entrambi, perché il rapporto numerico tra nominati ed eletti dipenderà dall’utilizzo delle candidature multiple, che consentono a ogni candidato di presentarsi in più collegi, fino a un massimo di dieci.
Questa legge è figlia di una stagione politica in cui il Pd aveva il 41% e Forza Italia il 20. Con i sondaggi di questi giorni, la soglia per il premio di maggioranza non la raggiungerebbe invece nessuno, il che fa pensare che il cammino dell’Italicum riserverà ancora molte sorprese. (20 gen)
