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SENZA NAZARENO
I CONTI NON TORNANO

it@withub.it by it@withub.it
5 Febbraio 2015
in Archivio Il Punto, Il punto HP
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Il giubilo con cui –  a destra, a sinistra e al centro – è stata accolta la notizia che il patto del Nazareno non c’è più, o forse non c’è più, lascia interdetti.
Sembrava di aver capito che l’accordo stipulato il 18 gennaio 2014  fra il presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi e l’ex senatore Silvio Berlusconi fosse indispensabile per far avanzare il processo riformatore, e in particolare la  riforma del titolo V della Costituzione, la trasformazione del Senato in “Camera delle autonomie” e l’approvazione di una nuova legge elettorale.
Sembrava di aver anche capito che il patto non fosse solo un tributo alla logica e alla retorica delle grandi intese sui grandi temi, ma nascesse da un più realistico riconoscimento del vantaggio che la stipula avrebbe procurato a entrambi i contraenti.
Sul tornaconto di  Berlusconi  sono state scritte centinaia di pagine contenenti decine di ragionevoli illazioni. I vantaggi per Renzi  sono apparsi invece  subito evidenti  a chi conosce i margini  su cui può contare la sua maggioranza in Senato.  Sono margini molto esigui.  Openpolis, che tiene la contabilità di  tutto ciò che accade in Parlamento,  in questi mesi ha  più volte  segnalato il ruolo decisivo dei voti provenienti dal gruppo misto o dal centrodestra quando si tratta di approvare le leggi. Perché nelle votazioni finali, tra assenze e voti contrari, la maggioranza ha perso in media il 26% dei suoi voti potenziali.
Le è mancato il 31% quando si è trattato di approvare la delega fiscale, il 24% sul Milleproroghe, il 23% sul decreto Terra dei fuochi, di nuovo il 31% quando si è votato sul decreto capitali all’estero.   E come tutti ricordano, pochi giorni fa solo i senatori di Forza Italia hanno consentito l’approvazione della legge elettorale.  
Dopo aver festeggiato la caduta del Nazareno, ora da qualche altra parte i voti andranno comunque trovati.  (5 feb)

 

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