Il giubilo con cui – a destra, a sinistra e al centro – è stata accolta la notizia che il patto del Nazareno non c’è più, o forse non c’è più, lascia interdetti.
Sembrava di aver capito che l’accordo stipulato il 18 gennaio 2014 fra il presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi e l’ex senatore Silvio Berlusconi fosse indispensabile per far avanzare il processo riformatore, e in particolare la riforma del titolo V della Costituzione, la trasformazione del Senato in “Camera delle autonomie” e l’approvazione di una nuova legge elettorale.
Sembrava di aver anche capito che il patto non fosse solo un tributo alla logica e alla retorica delle grandi intese sui grandi temi, ma nascesse da un più realistico riconoscimento del vantaggio che la stipula avrebbe procurato a entrambi i contraenti.
Sul tornaconto di Berlusconi sono state scritte centinaia di pagine contenenti decine di ragionevoli illazioni. I vantaggi per Renzi sono apparsi invece subito evidenti a chi conosce i margini su cui può contare la sua maggioranza in Senato. Sono margini molto esigui. Openpolis, che tiene la contabilità di tutto ciò che accade in Parlamento, in questi mesi ha più volte segnalato il ruolo decisivo dei voti provenienti dal gruppo misto o dal centrodestra quando si tratta di approvare le leggi. Perché nelle votazioni finali, tra assenze e voti contrari, la maggioranza ha perso in media il 26% dei suoi voti potenziali.
Le è mancato il 31% quando si è trattato di approvare la delega fiscale, il 24% sul Milleproroghe, il 23% sul decreto Terra dei fuochi, di nuovo il 31% quando si è votato sul decreto capitali all’estero. E come tutti ricordano, pochi giorni fa solo i senatori di Forza Italia hanno consentito l’approvazione della legge elettorale.
Dopo aver festeggiato la caduta del Nazareno, ora da qualche altra parte i voti andranno comunque trovati. (5 feb)