Sulla riforma delle banche popolari si sta combattendo una battaglia politica di grande rilievo. In gioco c’è il controllo di una quota importante del sistema creditizio e dunque del potere finanziario.
Il decreto del governo prevede che le banche popolari con un attivo superiore agli 8 miliardi si trasformino in società per azioni “ordinarie”, abbandonando il voto capitario, cioè la regola per la quale ogni socio è titolare di un singolo voto indipendentemente dal numero delle azioni possedute. Questa novità renderebbe scalabili alcune tra le più importanti banche italiane.
Chi appoggia la riforma lo fa con l’argomento che non c’è nulla che distingua l’operatività di una grande banca popolare da quella di una qualsiasi banca commerciale: identici i prodotti, identici i mercati, identici i clienti, identici i rischi. E, dunque – come scrive l’economista Lucio Di Gaetano su noisefromamerika – “non vi è alcun motivo ragionevole per consegnare la governance di una buona fetta del mercato creditizio ai cacicchi sindacali, politici, associativi che albergano pressoché incontrastati in tutte le assemblee popolari”.
Ma gli avversari del decreto sono altrettanto agguerriti. Marco Vitale, presidente del Fondo italiano di investimento, in un’ intervista ad Avvenire afferma che chi ha suggerito questo provvedimento a un presidente del consiglio “sperabilmente inconsapevole”, appartiene a quei talebani del mercato succubi della filosofia che ci ha portato al disastro del 2008. Il mercato innanzi tutto, ovunque, senza regole, senza limiti, senza confiteor. “E’ un dato di fatto – conclude Vitale – che con lo squagliamento di quella che una volta si chiamava sinistra, l’ intontimento dei sindacati, la quasi estinzione del grande pensiero liberale , l’ unica voce forte che resiste a questa orrenda valanga della concentrazione del potere economico è la voce cattolica, forte di un pensiero solido come quello della Dottrina Sociale della Chiesa e di profeti come papa Francesco”.
Questi sono gli argomenti messi in campo dai contendenti, in una disputa che ha per oggetto la democrazia economica. (4 mar)