Premesso che il sistema produttivo italiano è polverizzato, con un basso valore aggiunto per addetto, frenato dal familismo, in debito di ossigeno dal punto di vista finanziario; preso atto che siamo terreno di conquista per imprenditori e investitori stranieri (ultima Pirelli, penultimo Bulgari, terzultima Parmalat, per non parlare di Krizia e Loro Piana, Poltrona Frau e Gucci, Ducati, Edison, Indesit, ma l’elenco sarebbe molto lungo); tutto ciò detto è urgente capire cosa può fare lo Stato per sostenere la buona industria ed evitare che l’Italia ne venga di fatto espropriata.
Il governatore Ignazio Visco ha fatto le sue proposte, in occasione di un convegno sulla storia dell’Iri, l’ultimo gigantesco intervento di salvataggio pubblico delle grandi imprese italiane.
I governi – secondo Visco – dovrebbero in primo luogo sostenere l’innovazione. Il governatore cita Mariana Mazzucato e la sua teoria dello Stato innovatore: nelle economie più avanzate lo sviluppo di nuove e rivoluzionarie tecnologie, anche di quelle oggi più diffuse come lo smart phone, ha beneficiato in misura determinante dalla ricerca, spesso di base, finanziata dallo Stato.
La produzione scientifica dei ricercatori italiani non ha nulla da invidiare a quella dei loro colleghi europei, sia per quantità sia per qualità. Tuttavia, la quota di imprese che hanno cooperato con università o centri di ricerca è stata in Italia pari al 5,6 %, la metà che in Spagna e Francia e un terzo che in Germania.
L’intervento pubblico a sostegno dell’innovazione può assumere anche forme più indirette, come il credito di imposta. Servono poi infrastrutture. Ieri erano le autostrade, oggi sono la banda larga e l’alta velocità.
Servono la trasparenza dei contratti, il rispetto delle leggi, la semplificazione burocratica, l’efficienza della giustizia civile, la garanzia della sicurezza personale, la difesa della qualità dell’ambiente, gli investimenti per accrescere istruzione e competenze.
Più che l’analisi di un economista sembra un programma di governo. (25 mar)