In Italia esistono circa duecento contratti collettivi di lavoro, che interessano l’80% degli occupati dipendenti. Ne sono scaduti 38, di cui 15 nel pubblico impiego. Al loro rinnovo sono interessate 4 milioni e 800 mila persone. Queste sono le dimensioni della partita che si sta giocando tra Confindustria e sindacati, una partita che negli ultimi giorni si è incattivita e ora rischia di degenerare.
Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi sostiene che le imprese non hanno più margini di manovra per avviare un negoziato nel modo tradizionale, giudica irrealistiche le richieste salariali dei sindacati e punta su un nuovo modello contrattuale , che privilegi la contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale e che permetta di valorizzare meglio e di più la produttività. “Non si può competere nell’arena globale con un sistema di relazioni industriali del secolo scorso”, sintetizza il direttore del Sole 24 Ore.
I sindacati temono che il nuovo modello si risolva in una forte diminuzione dei minimi salariali e su una trasformazione di parte del salario in elemento variabile. Se prevalesse il progetto di Confindustria, dice la Cgil, a uscire svalorizzata sarebbe proprio la funzione fondamentale del contratto. Un “lusso” che, soprattutto nell’attuale fase di crisi, il mondo del lavoro non può assolutamente permettersi.
In assenza di un accordo tra le parti sociali, sarà il governo a dettare le nuove regole della contrattazione, con l’introduzione del salario minimo legale. Il timore dei sindacati è che si applichi non solo ai lavoratori precari, ma a tutti, sostituendo il contratto unico nazionale. Una novità che sarebbe difficile da accettare, considerato che nei paesi Ocse il salario minimo vale circa il 50 per cento di quello contrattuale. (8 ott)
