Con mezzo milione di abitanti, il Lussemburgo è il secondo Paese più piccolo dell’Unione europea. Ma ospita 149 istituzioni bancarie, oltre 11.000 holding, centinaia di Fondi e compagnie che gestiscono asset per oltre 4.600 miliardi di euro. Gli investimenti diretti in Lussemburgo dai soli Stati Uniti hanno raggiunto nel 2013 i 416 miliardi. In molti casi, le consociate lussemburghesi, attraverso cui vengono canalizzati questi fiumi di denaro, dispongono in loco di una presenza poco più che simbolica, quasi impalpabile. Al mitico numero 5 di rue Kroll, per dire, hanno la loro sede oltre 1600 società.
Tutta questa messinscena serve a unico scopo, che è quello di non pagare le tasse o di pagarne il meno possibile, come è a tutti noto dopo che – esattamente un anno fa – un consorzio internazionale di giornalisti rivelò che più di 500 multinazionali avevano concluso accordi segreti con il Lussemburgo, i cosiddetti tax rulings, per abbattere la loro pressione fiscale. Si accertò, ad esempio, che tra il 2009 e il 2013 McDonald’s aveva trasferito in Lussemburgo 3 miliardi e 700 milioni di euro di profitti realizzati dalle sue filiali nel vecchio continente, finendo col pagare solamente 16 milioni di tasse e sottraendone mille al fisco degli altri paesi europei.
Questo perché in Lussemburgo la tassazione media per i profitti d’impresa è dell’1%, ma può scendere allo 0,28% come è accaduto nel caso della Walt Disney. Il tutto è perfettamente legale e perfettamente iniquo.
L’idea che la libera circolazione dei capitali significhi avere gli stabilimenti in Romania, la sede in Lussemburgo e il conto in Svizzera non va d’accordo con un’altra idea, e cioè che le tasse debbano essere pagate dove si realizzano i profitti. Un principio ribadito ieri da un gruppo di politici ed economisti, tra cui Romano Prodi e Thomas Piketty, che hanno firmato un appello per chiedere all’Unione Europea di uscire dal suo complice letargo.