(18 novembre 2015) Monsignor Antonio Staglianò, ordinario di teologia e vescovo di Noto, ama predicare il vangelo cantando. L’ultima volta lo ha fatto a Modica, in provincia di Ragusa, su un palco all’aperto in occasione della giornata dedicata ai giovani. “La predica in genere si fa parlando – ha spiegato – ma ho notato che l’attenzione della gente e la comprensione diventano più profonde quando alcune frasi si cantano”.
Per la sua catechesi sull’amore, il vescovo utilizza testi e musica di Noemi, Marco Mengoni, Nek e soprattutto Franco Battiato. “Siamo esseri speciali – spiega ai ragazzi dopo aver intonato la canzone intitolata La Cura – perché siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio”.
Battiato lascia fare, ma si sa che la sua idea di religiosità è diversa, si nutre di misticismo, meditazione, pazienza, lentezza, non ama le parrocchie, i Buddha sopra i comodini, i supermercati “coi reparti sacri che vendono gli incensi di Dior” e non contempla la morte se non come varco verso la reincarnazione.
La morte è un tema centrale nella poetica del musicista siciliano: l’anno scorso le dedicò un libro e un documentario intitolati ‘Attraversando il bardo’ – che nel buddismo tibetano indica quell’intervallo di tempo che l’anima vive passando tra la morte e la rinascita. Osserva uno degli intervistati da Battiato che “quando nasce un bambino, lui piange e tutti quelli intorno ridono. Quando muore un monaco tibetano, tutti piangono e lui sorride”.
Convinto che una vita vissuta secondo criteri di rispettosa libertà, con coscienza e generosità, non sarà mai sprecata, Battiato pensa che alla fine non ci verrà chiesto se eravamo cattolici o atei o cos’altro. Prima di tutto, e soprattutto – dice – dovremo chiederci quanto abbiamo amato. Sarà per questo che a 70 anni e passa Battiato – che in questi giorni ha pubblicato “Le nostre anime”, una sorta di opera omnia – continua a essere un mito per i ragazzi di ogni età.