(10 dicembre 2015) Young & Road è il nome di un progetto per la sicurezza stradale finanziato dalla Presidenza del Consiglio – Dipartimento della Gioventù. Ma è soprattutto l’ultimo esempio di inglese farlocco utilizzato nei messaggi dell’amministrazione pubblica e messo alla berlina dai promotori della campagna “dilloinitaliano”, nata su Twitter per sostenere un uso più generoso e accorto della nostra lingua da parte di chi ha ruoli e responsabilità pubbliche.
Convinta che non occorra dire “form” quando si può dire modulo, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato, ma anche “aftershave” quando si può dire dopobarba e “show” quando si può dire spettacolo, una professionista delle parole come la pubblicitaria Anna Maria Testa ha deciso di investire della questione la più alta autorità in materia di identità linguistica e cioè l’Accademia della Crusca. E in pochi mesi ha raccolto 70 firme in calce a una petizione in cui si ricorda che adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti, rende i discorsi più chiari ed efficaci, ed è dunque un fatto di trasparenza e di democrazia.
L’Accademia della Crusca ha raccolto l’appello e ha creato un gruppo di lavoro, il gruppo Incipit, incaricato di monitorare neologismi e forestierismi ‘incipienti’, nella fase cioè in cui si affacciano alla lingua italiana, valutandone l’utilità. Gli studiosi hanno già emesso alcune sentenze. La prima riguarda l’uso del termine “Hot spots” per indicare i Centri di identificazione dei migranti. L’Accademia fa notare che non solo hot spot si usa anche per indicare un punto di connessione Wi-Fi o un “locale alla moda”, ma che in italiano la parola hot è frequente in contesti ludici, sessuali e alimentari. E dunque non sono queste le parole giuste per significare ciò che di serio e di drammatico accade nella vita delle persone che entrano in questi centri. Meglio chiamarli col loro nome, che in italiano suona più chiaro e sincero.