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A Rovigo l’arte libera dei Nabis e la pittura d’avanguardia

it@withub.it by it@withub.it
16 Settembre 2016
in Archivio speciali - Mostre
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A Palazzo Roverella di Rovigo, fino al 14 gennaio, si tiene la mostra “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia”. Una mostra di emozioni e di storie intense. Storie di artisti in fuga, da città, da legami, da loro stessi, in molti casi, e che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e casalingo della Laguna veneziana. A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni. La mostra omaggia anche l’esperienza parigina dei Profeti, o meglio Nabis, dall’antico ebraico. Liberi dal naturalismo e dalla ‘imitazione’ della realtà, i Nabis crearono un linguaggio pittorico nuovo: colori intensi, profili marcati, rinuncia al dettaglio, esplosione di emozioni violente. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all’essenziale (donde la definizione di Sintetisti per un gruppo di loro). Da questa visione uscirà l’esperienza dei Fauves e via via sino all’Art Nouveau, all’Espressionismo e all’astrazione.

VICENZA: SCAMOZZI, ARCHITETTO DEL RINASCIMENTO

Come si diventa architetto nel Rinascimento? Spesso nella bottega di un pittore, come Bramante in quella di Piero della Francesca. Altre volte – è il caso di Palladio – fra i blocchi di pietra di un cantiere. Vincenzo Scamozzi (1548-1616) – l’ultimo dei grandi architetti del Rinascimento, stretto fra la tradizione trionfale della generazione di Palladio e il mondo nuovo di Galileo Galilei – inaugura una strada diversa: figlio di un facoltoso impresario edile, è il primo architetto moderno a formarsi partendo dalla biblioteca. I libri saranno i mattoni del suo progetto: fare architetture fondate su una visione teorica rigorosa, capace di includere conoscenze nuove, provenienti da altri paesi e altre culture, a partire dalla tradizione gotica, e dagli stimoli delle nuove scienze. In occasione del quattrocentesimo anniversario della morte di Scamozzi, avvenuta a Venezia nel 1616, il Palladio Museum di Vicenza e il Canadian Centre for Architecture di Montreal – in collaborazione con Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Zurigo – realizzano la mostra “Nella mente di Vincenzo Scamozzi”, fino al 20 novembre: l’obiettivo è raccontare come Scamozzi concepiva le proprie architetture. La mostra propone quindi un viaggio attraverso i volumi della biblioteca personale di Scamozzi (ritrovati in biblioteche e collezioni italiane ed europee con un lungo lavoro di ricerca da parte della studiosa americana Katherine Isard) e i suoi affascinanti disegni di architettura. Fra questi ultimi saranno in mostra il celebre foglio con il progetto del duomo di Salisburgo (1607), che rientra per la prima volta in Italia dalle collezioni del Canadian Centre for Architecture di Montreal, e l’album di disegni di cattedrali gotiche francesi che Scamozzi, primo fra tutti gli architetti rinascimentali, realizzò durante un viaggio fra Parigi e Venezia nell’anno 1600.

VIAREGGIO: IL TEMPO DI SIGNORINI E DE NITTIS

Il nuovo appuntamento viareggino della Fondazione Centro Matteucci per l’Arte Moderna (fino al 26 febbraio), “Il Tempo di Signorini e De Nittis. L’Ottocento aperto al Mondo nelle Collezioni Borgiotti e Piceni”, è molto di più di una pur emozionante carrellata di capolavori di De Nittis, Zandomeneghi e Boldini affiancati a opere non meno superbe di Signorini, Lega e degli altri protagonisti del momento macchiaiolo. E’ il racconto per immagini – e che immagini – di una “singolar tenzone”, mai ufficialmente dichiarata eppure vissuta con passione, tra due fini intellettuali e grandi esperti d’arte nella Milano di via Manzoni, all’indomani del secondo conflitto mondiale. I due, Enrico Piceni (1901 – 1986) e Mario Borgiotti (1906 – 1977), avevano abitazioni e collezioni a pochi passi di distanza. Entrambi frequentavano il bel mondo della cultura del tempo. Il primo, Piceni, si occupava della Medusa e dei Gialli per Arnoldo Mondadori, era traduttore di Dickens e della Brönte, amico di Montale e di Vergani. E soprattutto appassionato estimatore degli “Italiani di Parigi”, ovvero Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini. Di loro cercava, e sapeva conquistarsi, opere di qualità sublime. Il secondo, livornese di nascita e di spirito, giunse a Milano dopo essersi “formato” alle Giubbe Rosse di Firenze, amico di Papini, Cecchi e Soffici. Musicista e violinista. Ma sopratutto innamorato dei “suoi” macchiaioli. Che naturalmente cercava, anche lui dopo una selezione quasi maniacale, di condurre nella sua collezione.

PARMA: LA POP ART ITALIANA

Fino all’11 dicembre la Fondazione Magnani Rocca, presso Parma, ospita una grande mostra sulla Pop Art italiana, composta da circa settanta opere provenienti da importanti istituzioni pubbliche e prestigiose collezioni private. La mostra “Italia Pop. L’arte negli anni del boom” intende fornire una lettura articolata e innovativa delle vicende che hanno portato alla nascita e alla diffusione di una “via italiana” alla Pop Art, pienamente in sintonia con le analoghe esperienze maturate in ambito internazionale e al tempo stesso linguisticamente autonoma rispetto ai modelli statunitensi ed europei del periodo. Per evidenziare la specificità della declinazione italiana della Pop, la mostra prende avvio con due opere esemplari provenienti dalle stesse collezioni della Fondazione, una ‘Piazza d’Italia’ di Giorgio de Chirico e un ‘Sacco’ di Alberto Burri, due fonti primarie, storiche, dell’approccio italiano alla contemporaneità, alla figurazione e all’oggetto. Non a caso, d’altra parte, inizialmente la critica aveva parlato di una stagione “neo-metafisica” a proposito dell’opera di autori come Mario Schifano o Tano Festa, e lo stesso Schifano, come è noto, omaggerà esplicitamente Giacomo Balla e il Futurismo in due serie pittoriche centrali nello sviluppo del suo percorso. La mostra procede poi con quelli che si possono considerare i precursori del linguaggio Pop propriamente detto: Gianni Bertini, Enrico Baj, Mimmo Rotella, Fabio Mauri.

MONZA: CARLO IV E L’ITALIA

Monza celebra il settimo centenario della nascita di Carlo IV (14 maggio 1316) e inaugura l’itinerario culturale a lui dedicato in diverse città d’Italia, con un allestimento particolare nella spettacolare Sala del Rosone del Museo e Tesoro del Duomo di Monza, fino al 2 ottobre. L’Imperatore torna per la prima volta in Italia e con i titoli di Re dei Romani, Imperatore del Sacro Romano Impero, Re di Boemia, Margravio del Brandenburgo, Re di Lombardia, raffigurato in un busto con accanto le effigi delle sue 4 mogli. A completare ed accrescere la celebrazione di Carlo IV, oltre ai contributi didascalici sulla sua vita e sul suo regno, è la presenza in Duomo di una lastra del celeberrimo architetto Matteo da Campione raffigurante l’Incoronazione da parte dell’Arciprete di Monza dell’imperatore a re d’Italia con la Corona Ferrea. L’analitico complemento epigrafico consente la puntuale identificazione dei personaggi tra cui il re di Boemia e il rito di incoronazione secondo le prescrizioni della Bolla d’oro emanata da Carlo IV.

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