NAPOLI: LA DONNA CON IL LIUTO DI VERMEER
Una giovane donna seduta dinanzi ad una finestra accorda un liuto. Con l’orecchio attento al suono delle corde intona lo strumento guardando, attraverso la finestra, la strada. La luce che penetra nella stanza dalle lastre di vetro piombato, esalta il bagliore delle perle all’orecchio e al collo della donna, così come le borchie in ottone lucido della sedia accanto a lei. Alcuni spartiti musicali sono sparsi sul tavolo al quale è seduta, un altro spartito è caduto sul pavimento di marmo e si trova accanto a una viola da gamba. Sulla parete di fondo della stanza una carta geografica dell’Europa colorata a mano è appesa al muro bianco, altrimenti spoglio. Qualcuno ha spinto la sedia, con pesanti finiture scolpite, lontano dal tavolo. Questo è il soggetto, e la scena, rappresentati nel quadro “La Donna con il liuto” del pittore olandese Jan Vermeer (1632-1675) conservato al Metropolitan Museum di New York e che fino al 9 febbraio è esposto, per la prima volta a Napoli, al Museo di Capodimonte, per la mostra “Vermeer, la donna con il liuto dal Metropolitan Museum”. Si tratta di un capolavoro del massimo esponente della pittura olandese del XVII secolo, parte dell’esiguo numero di opere del maestro che si conservano distribuite nei musei di tutto il mondo, ma nessuna in collezione italiana. Per ricreare l’ambiente rappresentato nel quadro nella stessa sala sono esposti due elementi chiave dello sviluppo narrativo dell’opera di Vermeer: un liuto ed una antica carta geografica.In un’altra sala sono esposti altri 4 dipinti, dalla immensa e prestigiosa collezione del Museo di Capodimonte, che rappresentano donne suonatrici: l’Autoritratto alla spinetta di Sofonisba Anguissola, datato circa 1559; la Santa Cecilia in estasi di Bernardo Cavallino del 1645; la Santa Cecilia al clavicembalo di Francesco Guarino del 1650 circa e la Santa Cecilia all’organo e angeli musicanti e cantori di Carlo Sellitto del 1613 circa. Tutte opere del Seicento quindi che presentano donne “musiciste”, che porranno l’accento sulla differente resa – soggetti analoghi ma pienamente inseriti in un contesto devozionale – per favorire la comprensione del fatto che, nello stesso giro di anni, dipinti con soggetti di donne musiciste potevano avere valenze assai differenti.
MILANO: OMAGGIO A FRANCESCO SOMAINI
Si tiene alla Triennale di Milano, fino al 5 febbraio, la mostra “Francesco Somaini. Uno scultore per la città. New York 1967-1976”. L’esposizione, organizzata dall’Archivio Francesco Somaini in collaborazione con la Triennale di Milano, analizza attraverso 16 sculture, 15 disegni e 14 fotomontaggi, provenienti dalle raccolte dell’Archivio e da collezioni private, il tema del rapporto tra arte e architettura in relazione alla metropoli moderna, nel cui ambito Somaini è in Italia e in Europa un pioniere, sia sotto il profilo teorico che da quello progettuale. In occasione della mostra, nei giorni scorsi è stata annunciata la donazione, da parte dell’Archivio Francesco Somaini, dell’opera Contenitoreumano n. 1 (1968) al Triennale Design Museum, che sarà collocata nello spazio antistante l’Impluvium della Triennale. L’opera è stata realizzata a quattro mani con l’architetto comasco Ico Parisi (1916-1996) e rappresenta la riflessione utopica di Somaini relativa all’abitare. (red)
NUORO: L’ESPRESSIONISMO TEDESCO
Il Man di Nuoro propone, fino al 5 febbraio, “Soggettivo – Primordiale. Un percorso nell’espressionismo tedesco attraverso le collezioni dell’Osthaus Museum di Hagen”. In mostra gli artisti che si riconoscevano in sodalizi come il “Die Brücke” (Il ponte) o “Der Blaue Reiter” (Il Cavaliere Azzurro). Rivoluzionari dell’arte e del pensiero che in una Germania stretta tra il conservatorismo della politica imperiale e la crescita di una nuova cultura di massa, trovarono riferimento nei valori dell’individualismo e del primordio, alla ricerca di esperienze di vita autentiche e originali. (red)
BOLOGNA: IL LIBERTY ITALIANO
Palazzo Magnani, a Bologna, popone fino al 14 febbraio una ampia e raffinata indagine sul Liberty in Italia. Sette sezioni che vedono riunite quasi 300 opere: dipinti, sculture, illustrazioni, progetti architettonici, manifesti, ceramiche, incisioni. Selezionatissimi i prestiti provenienti dai più importanti musei italiani e da straordinarie collezioni private, e molti dei quali, oggetto di recenti studi, vengono presentati al grande pubblico per la prima volta. Ogni sezione della mostra – dedicata al dialogo tra le diverse arti – mette in luce l’alternanza tra le due “anime” del Liberty italiano: quella propriamente floreale e quella “modernista”, più inquieta, stilizzata ed essenziale e che precederà le ricerche delle avanguardie, in primis il Futurismo. Filo rosso che collega tutte le sezioni di mostra è lo stretto dialogo tra opera e processo creativo, che si manifesta attraverso la pratica del disegno e l’esercizio sulla linea grafica: alle pitture, sculture, ceramiche, ai progetti decorativi e ai manifesti sono stati infatti accostati bozzetti preparatori, cartoni, i disegni relativi a vasi, piatti e oggetti, in un continuo scambio tra arti e campi di ricerca: si potrà così anche scoprire che lo scultore Arturo Martini ha disegnato vasi in ceramica, Felice Casorati ha progettato una fontana, Vittorio Corcos è stato anche cartellonista e Umberto Boccioni, oltre che cartellonista, ha disegnato alcune vignette per il “Corriere dei Piccoli”. Che risale insomma proprio al Liberty la ricerca di una bellezza applicata, grazie alla firma di un “autore”, a tutte le forme del vivere quotidiano. (red)
TREVISO: LA GEOGRAFIA DELLA GUERRA
Ma è proprio vero che La geografia serve a fare la guerra? E’ la domanda che viene posta dalla mostra “La geografia serve a fare la guerra? Mappe e arte”, fino al 19 febbraio alla Fondazione Benetton di Treviso. Le mappe sono un potente mezzo di comunicazione non verbale e il contesto delle celebrazioni della Grande Guerra offre un valido pretesto per indagare sulla loro capacità di influenzare l’opinione pubblica quando assecondano il punto di vista degli Stati Maggiori. Per questo il percorso espositivo si concentra sul periodo storico che va dalla fine dell’Ottocento agli inizi del Novecento, ma parte dall’antichità e arriva ai giorni nostri per raccontare anche un’altra geografia possibile, non per forza asservita alle logiche militari. In tutte le epoche le mappe hanno raccontato i luoghi anche attraverso i toponimi esercitando su di essi un potere a volte aggressivo. Specialmente quando hanno alterato la grafia originaria di nomi secolari o addirittura quando questi ultimi sono stati sostituiti da altri di nuovo conio per farli corrispondere ai più recenti dominatori: l’olandese Niew Amsterdam diventa l’inglese New York; la tedesca Karfreit muta nell’italiana Caporetto per divenire la slovena Kobarid; l’asburgica Sterzing diventa la romanizzata Vipiteno. O ancora per rispondere a impellenti urgenze sociali e dar voce a speranze territoriali prima inespresse: “Alto Adige”, “Venezia Tridentina”, “Venezia Giulia”, o semplicemente, nel caso di un fiume, cambiandone il genere. La secolare Piave degli zattieri cambia sesso nel 1918 per offrire maggiore resistenza virile all’invasione austriaca e diventa “Il Piave” per rassicurare l’immaginario collettivo della giovane nazione italiana. (red)